Domenica 03 Agosto 2014

Ottant’anni di eleganza
Re Giorgio e i 40 anni di impero

Giorgio Armani

L’occhio azzurro e fiero, il suo essere altero che nasconde una profonda timidezza, la sua perfezione che ormai è diventata leggenda, quel modo di intendere la moda - e la vita - senza mai una sbavatura. Giorgio Armani, «Re Giorgio» per il mondo del fashion, ha compiuto lo scorso 11 luglio 80 anni e il prossimo anno, esattamente il 24 luglio 2015, festeggerà 40 anni di carriera. Proprio in contemporanea con il suo compleanno, Rizzoli gli ha dedicato un libro, curato dalla giornalista Paola Pollo, che racconta attraverso le parole dello stilista la sua vita e carriera. «I cretini non sono mai eleganti» il titolo, ma anche una dichiarazione che lo stilista fece a Paolo Mosca sul quotidiano «La Notte» nel 1982, espressione del suo stile, immutato nel tempo e sempre geniale oltre che in linea con il suo rigore sobrio e indistinguibile.

Piacentino, a 14 anni era già con la famiglia in Porta Ticinese, a Milano, con il padre impiegato amministrativo nella Federazione del fascio. «Avevamo pochissimi mezzi ma moltissime speranze – ricorda Armani la sua infanzia e le sue ambizioni -. Confusamente sapevo che mi sarebbe piaciuto fare qualcosa di non banale, di non grigio». E così è stato ed è tutt’ora, con una moda sicura e autoritaria, per una donna incredibilmente vera, tenace e comoda. Con il suo blazer, per esempio: «L’ho fatto perché sentivo nell’aria milioni di passi di donne che stavano avanzando e occupando posti di lavoro di qualsiasi qualità» ha spiegato in un’intervista riportata nel libro di Rizzoli che mette l’accento sul grande amore, e rispetto, che Armani prova nei confronti della donna.

Storiche le sue giacche destrutturate, la scelta dei colori mai eccessivi («I colori spenti danno spazio alla fantasia), i suoi accessori minimali e incredibilmente raffinati, per uno stile sempre coerente, sempre espressione dell’uomo e del creativo, che ha incentrato la sua vita sul lavoro: «Sono un perfezionista, faccio ogni cosa che riguarda il mio lavoro. Sono un egocentrico incredibile» ha detto di se stesso.

Tutto questo senza alcuna formazione (dopo il Liceo Scientifico, si iscrisse a Medicina, interrompendo gli studi al terzo anno per andare militare) nè competenza tecnica. È partito dando consigli a mamma Maria («Io ero capace di scoprire il cuore dei vestiti») e da quella tovaglia a scacchi che oramai è leggenda: «Avrò avuto 16 anni e un giorno avevo visto in un film americano un attore che indossava una camicia a quadretti bianchi e rossi – ha raccontato un giorno -. L’ho cercata per tutta Milano, ma mi prendevano per matto. Allora comprai un pezzo di tessuto per tovaglie e me la feci».

Il nome di Armani è da sempre associato a Rinascente: nel 1957 un’amica lo porta a un colloquio per un posto nel reparto pubblicitario e lui obbliga la sorella Rosanna a posare per alcune foto che mostra all’incontro. Già nel ’64 era a lavorare per Nino Cerruti: sarà proprio quest’ultimo a coniare il termine «stilista» parlando di Armani e della sua moderna visione della moda. Non più sarto o couturier, con Armani nasce e cresce il pret-à- porter: «La moda è diventata patrimonio della gente che cammina per la strada» ha detto nel 1980, cinque anni dopo aver fondato la Armani Spa con Sergio Galeotti, altra figura fondamentale della sua vita: «In me vedeva un potenziale insospettato - ha detto Armani dell’incontro con l’imprenditore toscano - ed è attraverso il suo sguardo che ho preso fiducia».

Ma non fu tutto rose e fiori: «Sono stati anni di sacrifici e fatica. Spesso mi ritrovavo a piangere disperato alle 11 di sera, in fabbrica, dove ero rimasto solo tra migliaia di metri di stoffa. Andavo su e giù da Milano a Biella con la mia macchinetta di quinta mano nella nebbia e nella neve». Impegno e successi, anni di investimenti e di grandi soddisfazioni. Nel 1980 Richard Gere indossa i suoi completi in «American Gigolo» e il mercato americano impazzisce, l’anno dopo nasce Emporio Armani per un pubblico più giovane, nel 1982 il Time gli dedica la copertina con il titolo «Giorgio’s Gorgeous Style», lo «strepitoso stile di Giorgio»: solo Christian Dior lo aveva anticipato sulla storica rivista.

Celebri abiti per celebri nomi del mondo della politica e dello spettacolo, collaborazioni incredibili con il cinema («Il mio sogno nel cassetto? Essere regista») e una curiosità che pochi sanno: nel 1986 venne ricevuto da Giovanni Paolo II che gli aveva commissionato il disegno della copertina per il Vangelo in uso nelle cattedrali durante le celebrazioni: «L’ho incontrato in tre occasioni - ha raccontato una volta - e alla seconda ha esclamato: “Ah, Armani, la moda, la moda!”. Ero lusingato di vedere che si era ricordato di ciò che facevo».

E che stilista è Giorgio Armani? Uno che detesta gli orpelli, le esagerazioni, i «camuffamenti» come li definisce lui. Molto «chanelliano», da questo punto di vista: «La mia è una costante ricerca della rinuncia. Bisogna scartare tutto quello che sia troppo appariscente e cercare di trovare una nuova formula, più sottile, più silenziosa». Per un lusso «più segreto, riservato, meno diffuso». E lo diceva già nel 1989: «Viviamo in tempi di eccessi, di usa e getta. Oggi le mode sono tante, in virtù dei tanti tipi di donna. Ma proprio questo sta facendo della moda una buffa commedia».

Stilista, ma anche un imprenditore che non ha mai accettato le offerte di acquisizioni, comprando invece le principali aziende che lavoravano per lui e creando a Milano il suo impero, famoso in tutto il mondo con, nel 2000, la grande inaugurazione di via Manzoni 31, il suo angolo di mondo, tra il caffè, il ristorante, dolci, fiori, libri e ovviamente la moda. Un regno che amministra, ben consapevole della congiuntura economica: «Difficile per tutti: preferisco mandare un messaggio di calma e tranquillità con i miei vestiti – ha detto nel 2012 -. Altra cosa è che, da un punto di vista imprenditoriale, credo che questo sia un buon momento per rischiare». Anche ora, a 80 anni e con alle spalle 40 di strepitosa carriera, perchè Giorgio Armani continuerà a fare Giorgio Armani. Rispettoso del suo lavoro e delle sue creazioni, tanto da essere fedele e coerente con se stesso, senza però mai accontentarsi. «Di volta in volta sono un operaio, un capomastro, un geometra, un architetto» ha detto un giorno. Ed è vero: «Sono un uomo che deve controllare tutto, sapere quello che succede». Seguendo il filo conduttore del rigore. E della perfezione. «È una scelta di vita» spiega da sempre. In fondo per Armani l’eleganza è proprio questo: «Essere se stessi».

Fabiana Tinaglia

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