«Tutto parte dalla forma» Odami dialoga con il tessuto

«Tutto parte dalla forma»
Odami dialoga con il tessuto

«Tutto torna». Marinella Tasca ha occhi profondi e uno sguardo severo che racchiude emozioni che si dipanano attraverso parole sincere e ragionate. Niente al caso con questa donna che arriva dal mondo dell’educazione e che gli abiti li costruisce, li crea, con una sincerità d’animo che è non è così scontata. Con un’attenzione alle sensazioni che ogni capo trasmette, in un circolo virtuoso, fatto di arte e soprattutto di geometria.

Marinella Tasca e Simone Casati sono Odàmi (oltre che coppia nella vita): lei la creativa, la stilista, la progettista di abiti che sono costruzioni, lui – che è fotografo, artista, grafico e writer – è il braccio organizzativo, il consigliere, la spalla, il mondo esterno del comunicare e della rete commerciale che il brand ha costruito negli ultimi anni, trasformandosi da etichetta artigianale a prodotto moda, inserito in diversi concept nazionali e internazionali, anche a Bergamo da Materiaprima, negozio di ricerca di Elena Ravasio.

«Tutto torna» ripete Marinella, autodidatta per eccellenza, dal forte slancio artistico che da ragazzina comprimeva mentre studiava Ragioneria: «Ma quando hai le cose dentro, tornano prima o poi - spiega -, e forse non aver frequentato un percorso accademico stilistico è stato un bene: non ho mai avuto condizionamenti in quello che faccio e soprattutto non vedo i limiti. Principalmente perché non li conosco».

La ascolti Marinella Tasca e capisci i suoi abiti, geometrici, razionali, puliti. «Non so disegnare, quindi parto dal tessuto» dice lei e racconta come da ragazzina fare abiti è stata «un’urgenza interiore», per ritrovare se stessa in quello che indossava: «Modificavo, tagliavo, cucivo in maniera grossolana con una macchina da cucire che avevamo in casa. I limiti erano sempre lì, evidenti, e quindi a un certo punto, mentre lavoravo come educatrice dopo la laurea in Scienze dell’Educazione, mi sono iscritta a un corso di sartoria di base. Partivo dai cartamodelli che mi davano per modificare, ricostruire». Ripartire. Sempre da forme geometriche, «che sono la base della vita». Inizia tutto da un cerchio, da un quadrato: istintiva, la sua costruzione nasce da un «impulso estetico che mi mette in dialogo con il tessuto – spiega -. È con lui che costruisco l’abito». E aggiunge: «Niente disegni, non ne sono capace: faccio tutto sul manichino, costruendo l’abito in una reciproca conoscenza del tessuto, assecondando i gesti, i movimenti, le forme che la materia mi permette di costruire. Nell’imprevedibilità di questo dialogo si sviluppa il capo che mi stupisce sempre, perché è un divenire, è una relazione intensa».

Marinella Tasca è un dialogo di materia, è un processo lungo e fluido che è partito negli anni Ottanta: «Poi nel 2005 nasce “Marinella Confezioni”, etichetta che ho lasciato nel 2011 per diventare Odàmi». Nome che rimanda all’Oriente, scelto da Marinella e Simone, con un significato che li racconta e unisce, che rappresenta la loro storia di vita e un percorso fatto di stagioni e stoffe, di forme e nuove esperienze. Di costruzioni ancora da erigere: «Odàmi è la nostra famiglia, la nostra casa e quotidianità. Il nostro stile di vita» spiega la stilista.

In Odàmi c’è il razionalismo tedesco, l’arte giapponese, un’estetica che Marinella si è costruita da sola, nei suoi laboratori, officine di idee che l’hanno portata a Seriate, a Bergamo in via Moroni, e poi ad Alzano, fino a cinque anni fa. «Qui la svolta e la consapevolezza che il progetto stava crescendo, così come le ambizioni, tanto da dover strutturare maggiormente il lavoro». Che non è solo «idea»: «Il lato creativo è sempre egoista: nel momento in cui lasci ciò che hai ideato diventa abito» continua.

Abiti scultorei, potenti, dalla personalità autentica, senza compromessi: «Abiti sinceri. Ho capito i miei limiti, li ho accettati e sono ripartita da lì per creare una squadra di donne». C’è Federica Pizzigalli, «l’altra parte di me» la definisce Marinella: modellista 30enne, 6 anni a Berlino, rende indossabile il progetto di stoffa che Marinella avvia. Insieme a lei c’è chi lavora al prototipo e chi lo cuce: Roberta Rapis, sarta di grande esperienza: «Tra di noi c’è continuo scambio e si dà vita a un nuovo dialogo creativo che forma il capo finito. Odàmi è l’evoluzione di tutto questo e il mio bisogno di raccontarmi attraverso la moda».

Con Simone parte integrante di tutto il processo: «Mi sblocca quando mi fermo, mi blocca quando non ho dato concretezza al mio vestire, quando il mio istinto è andato troppo oltre». Simone è la chiave di svolta, in una moda fatta di essenzialità, di linee e piani che prendono volume, giochi di quadrati: «Parto dalle forme» ripete, mentre nel nuovo laboratorio di Bergamo, in una casa cortile di un borgo storico della città, Marinella è circondata proprio dalle geometrie degli spazi, dal design dello Studiocharlie che fa da contorno perfetto alla sua collezione. «Sono amici e bravi designer: dicono che fanno oggetti “per abbassare il rumore di fondo”. Un po’ lo stesso motivo per il quale faccio la mia moda». Che spesso e volentieri parte proprio da un quadrato: «Che è casa, serenità; un modo per controllare la moltitudine di me. È come se guardassi la vita da un reticolo».

Una rete intanto è stata tessuta, con il marchio che è già in Germania e Gran Bretagna, mentre presto prenderà la strada dell’e-commerce per una maggiore internazionalizzazione. In testa c’è anche una nuova idea: fare la linea bambina, già il prossimo anno, per continuare in questo costruire forme, raccontare una moda che è fatta di lane e cotoni, ma che sa anche sperimentare tessuti sintetici o intrecci naturali, così come la plastica.

«In me ci sono tagli e sovrapposizioni, asimmetrie e il bilanciamento di proporzioni ampie con altre più asciutte. C’è commistione di tessuti: la forma non ha materia che non si possa sperimentare e ogni taglio ha una sua storia che porta con sè la sua identità». Sorride poco Marinella, ma quando lo fa è come un abbraccio: «Odàmi è il mio mondo senza confini. Un detto cinese lo spiega bene: l’infinito è un quadrato senza angoli».

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