Architetture della memoria sospese nel tempo

Gli angoli meno conosciuti del Cimitero di viale Pirovano: dal Famedio in stile «assiro-milanese» alle cappelle neogotiche, tra memoria e arte funeraria

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Pensiamo al cimitero come al luogo dove riposano i nostri cari e ci rechiamo lì, quando sentiamo il bisogno di rinnovare la loro vicinanza. Ma c’è un’altra modalità che è possibile praticare per godere di un piacere unico: quello di percorrere le vie della del cimitero perché le tombe, nei loro soggetti, nelle loro forme, nell’uso dei materiali, ci parlano degli anni in cui sono state erette, manifestando modi di comunicare legati alla cultura del tempo; insomma assistiamo a una sequenza di figure e di forme da capire e interpretare, come in un museo.

Già quando si arriva in fondo al bel viale Pirovano ci si para davanti un ingresso monumentale, una sorta di muraglia che ci dice: state entrando in un’altra dimensione, nella «città dei morti». Quest’ingresso di così forte impatto è impregnato dei valori del periodo in cui è stato progettato e costruito: siamo agli inizi del XX secolo quando la dimensione simbolica del tempio dei morti riceve la suggestione di edifici esotici lontani nel tempo e nello spazio. Ecco quindi il ricordo delle piramidi o dei templi orientali che ha ispirato agli architetti Ernesto Pirovano e Gaetano Moretti quello stile ironicamente definito a Milano «assiro-milanese». Il primo è stato l’autore del progetto del nostro cimitero, il secondo era presente nella commissione che ha prescelto il progetto ed è stato autore del monumento della famiglia Crespi a Crespi d’Adda, così simile all’ingresso del cimitero monumentale di Bergamo.

Superato l’ingresso del cimitero sulla sinistra, oltre la chiesa moderna (1965), si apre lo spazio di un cimitero ottocentesco che è stato inglobato in quello novecentesco: è il cimitero di San Maurizio che raccoglieva le tombe dei defunti della parte orientale della città quando esistevano diversi cimiteri locali nella periferia della città. In questa parte, sul lato sinistro della chiesa, è possibile trovare ancora cappelle ottocentesche nello stile neogotico molto amato in quegli anni perché ritenuto rappresentativo dei valori cristiani delle origini. Qui è bello anche scoprire le antiche lapidi fissate nel muro di recinzione che, pur non mostrando elementi estetici degni di nota, ci ricordano come fosse importante dedicare ai propri cari parole a volte struggenti a volte retoriche, ma mai banali: «…esemplare per fede religiosa per benefici al prossimo per cristiane virtù...». Nello spazio del cimitero di San Maurizio sono sempre colpito dalla eleganza neoclassica del mausoleo Camozzi Vertova, ispirato allo stile canoviano dei primi dell’ottocento sia nell’architettura che nei bellissimi geni alati che sostengono le fiaccole rovesciate in segno di dolore. La maggior parte dello spazio dietro la chiesa moderna è occupato dalle tombe degli ordini religiosi che con il loro egualitarismo contrastano vivamente con lo spirito individualistico delle tombe e delle cappelle dei comuni cittadini: qui il senso di appartenenza alla Comunità è più importante della originalità della singola tomba, che vuole differenziarsi dalle altre.

Se proseguiamo la nostra visita, usciti dall’antico cimitero di San Maurizio, prima di raggiungere il vecchio forno crematorio ora in disuso, ci imbattiamo in una serie di strutture ottagonali che raccolgono i loculi delle ceneri cremate. Queste costruzioni si sono riempite al punto che si è recentemente dovuto aggiungere una sorta di parete contenitore sempre accanto al vecchio forno crematorio; a questo bisogna aggiungere i loculi nei pressi del nuovo forno crematorio e i loculi in altre parti del cimitero. Ormai da alcuni anni prevale la scelta della cremazione su quella dell’inumazione con la conseguenza della sistematica riduzione di nuove tombe e l’aumento di coloro che scelgono un loculo per mantenere le ceneri al cimitero, oppure decidono di spargerle nel «giardino delle rimembranze» del cimitero stesso, oppure decidono di tenerle a casa. È segno di una nuova sensibilità che nel giro di alcuni decenni ha cambiato e, ancor più, cambierà la composizione dei cimiteri e merita una riflessione sulle motivazioni che stanno alla base di questa nuova consuetudine: è una scelta che deriva da una sorta di privatizzazione del culto dei propri cari? O da una convinzione sempre più diffusa che tutto è effimero e transeunte?

Angelo Maria Gritti: maestro del legno e artista poliedrico

Maestro del legno e dell’intagliatura, Angelo Maria Gritti viene citato dalla stampa a lui coeva come «artista umile e discreto, quanto valido e importante». Frequentatore della Scuola d’Arte Andrea Fantoni ha dimostrato presto l’amore per la scultura in legno che ha descritto in un diario personale come «scultura diretta nella quale sento vibrazioni consone alla sensibilità del mio spirito». Le sue opere furono esposte nelle basiliche del territorio e in molte collezioni private, sia in Italia che all’estero. Ha richiamato l’attenzione della critica nel 1938, con una prima grande mostra di scultura e pittura a Budapest. Ammiratore di Manzù, Gritti ha lavorato anche la terracotta, il bronzo e il marmo, con opere presenti in cimiteri e chiese della provincia. Gritti è morto nel settembre 1975.

Giovanni Cugini: pittore, uomo buono e allievo caro a Loverini

Giovanni Cugini, nato ad Albino, è stato un artista che ha dedicato all’arte tutta la sua vita. Abbandonato il ginnasio al Collegio di Celana, Giovanni si è iscritto all’Accademia di Belle Arti Carrara di Bergamo e alla scuola del professor Ponziano Loverini, che, secondo le testimonianze del tempo, «lo ebbe allievo prediletto». Il pittore albinese «si affermò specialmente nei paesaggi e nelle nature morte. Ha esposto in numerose mostre personali ad Albino, Selvino, in città, ma anche fuori provincia. Cugini era di temperamento umile e modesto. La sua arte e la sua vita sono state naturalmente rivolte al bene. Per tutti era il galantuomo artista di Albino». Sposato con la signora Giulio Felino, ebbe due figli: la professoressa Giuditta e Davide. Giovanni Cugini è mancato nel gennaio 1960.

Giuliano Carrara: artista del ferro che dava voce alla fede

Un malore improvviso nell’ottobre 1971 ha spento per sempre il cuore dell’«artista del ferro» Giuliano Carrara, padre di tre figli e noto soprattutto in Val Seriana e in Val Imagna. «La morte – riportarono le cronache de L’Eco di Bergamo del 18 ottobre 1971 – lo ha colto mentre stava “disegnando” un’altra opera. Di lui possiamo ricordare la bellissima “Via Crucis”, pannelli, candelabri, tabernacoli, lampade, opere queste esposte in diverse chiese delle valli e anche al di fuori dei confini della Bergamasca». Originario di Albino, Giuliano Carrara ha saputo infondere la sua fede nell’artigianato, rendendolo carico di espressività ma mai appariscente. Il suo stile era «sobrio e severo, non alieno comunque da un’inventiva che superava il raziocinio degli schemi delle varie scuole».

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