«Il viaggio è vita e anche lavoro, ma a Baeza c’è la mia famiglia»

LA STORIA. Da Massimo Russo da 40 anni ha scelto l’avventura. Propone viaggi unici per i tour operator e scrive libri. «In Andalusia il mio nido con moglie e due figlie».

«Sono nato con la voglia di avventura e, quando ti senti così, puoi solo partire». A dirlo è Massimo Russo, 63 anni, originario di Bergamo, e, in effetti, la sua vita è stata tutta ed è tuttora un lungo viaggio, un continuo partire. Tanto è vero che «una volta mi hanno chiesto se avessi 150 anni perché, con tutte le cose che ho fatto, una vita non sembrava sufficiente», dice.

«Sono partito per la prima volta nel 1983, poi ho cercato di tornare ma volevo una vita di avventura e credo proprio di averla avuta». Dopo essere stato allenatore della Rari Nantes e il direttore che ha inaugurato il leggendario «Stop Line», Massimo infatti è partito da Bergamo per un lungo viaggio che lo ha portato a scrivere 20 itinerari di viaggio in quattro continenti, prodotti da un tour operator spagnolo. Ha da poco pubblicato il suo terzo libro di narrativa e vive da vent’anni a Baeza, in Andalusia. Ma andiamo con ordine.

Da Bergamo al mondo

«Sono nato a Bergamo, davanti al piazzale dello stadio dove, insieme ai ragazzi della mia generazione, mi sono sbucciato le ginocchia decine di volte, imparando a tirare calci a un pallone. Poi mi innamorai del basket e trascorsi l’adolescenza con il pallone a spicchi giocando per anni nel Celana. Dopo la maturità e qualche lavoro saltuario, mi offrirono di sostituire il direttore del magazzino degli Acquedotti di Bergamo. Un anno al termine del quale mi proposero un contratto a tempo indeterminato. Era il momento che tutti aspettavano: lavoro fisso e sicurezza». La sua risposta? Partire. «Ci pensai un paio di giorni e poi rifiutai, era troppo presto per fermarsi, volevo viaggiare. Mi diedero tutti del matto, presi un aereo e raggiunsi degli amici in un kibbutz (vicino al lago Tiberiade), passando un paio di mesi a tagliare caschi di banane, prima di imbarcarmi per le Piccole Antille. Al ritorno da quel fantastico viaggio, cercando di riabituarmi a una vita stanziale, presi il brevetto di istruttore di nuoto e per qualche anno mi accontentai di fare delle belle vacanze. Guadagnavo bene ed ero contento del mio lavoro. Quando mi chiesero di allenare la squadra agonistica della “Rari Nantes” di Ponte San Pietro mi appassionai molto e credo sia stato davvero un momento importante. Ma mi mancava l’avventura e, per viaggiare lavorando, feci domanda nei villaggi turistici».

Così Massimo è partito di nuovo. «Ho fatto stagioni nel Club Mediterranee, Francorosso e nel Touring Club Italiano. In quel periodo ho vissuto un paio d’anni in Grecia e uno alle Maldive, oltre a estati intere in Corsica, alla Maddalena e Zanzibar. Bella vita, spensierata, ma cercavo sempre qualcosa di nuovo». Cosa? Partire, ovviamente. Per poi tornare. «Un amico gioielliere mi suggerì l’idea e partii per il Baltico, cominciando un commercio di ambra che funzionò molto bene. Poi, leggendo “L’Amore ai tempi del colera” decisi di partire ancora e passai tre anni in Colombia, tra le miniere di smeraldi e il Mar Caribe, con una portoricana folle, cantante di splendidi “bolero” e i suoi pappagalli che svolazzavano liberi per casa. La scorpacciata di “sogni tropicali” arrivò alla fine e decisi di tornare». «Una settimana dopo il mio ritorno a Bergamo, una persona con cui avevo parlato tempo prima, telefonò per offrirmi la direzione artistica di un nuovo locale che prometteva di essere unico, quello che poi si sarebbe chiamato “Stop Line” (a Curno).

Un anno davvero intenso, ma anche una grande esperienza di vita, in cui arrivai a toccare i limiti della mia creatività: c’è ancora gente che ricorda quelle fantastiche serate di spettacolo, specie l’inaugurazione». Dopo un anno così, però, il richiamo dell’avventura per Massimo è tornato a farsi sentire forte. «Me ne andai senza rimpianti a fare il viaggio più intenso della vita: via terra da Bergamo all’Egitto, passando da Ungheria, Turchia, Siria e Giordania; poi lo Yemen, l’India e il Pakistan. Tornato a Bergamo scrissi il primo libro ma, rendendomi conto che non mi avrebbe dato da mangiare, dovevo inventare qualcosa di nuovo. Mi decisi a creare i miei viaggi. Presentai degli itinerari a qualche tour operator, mi risposero in due e cominciai a lavorare. Poco alla volta, nel frattempo, per arrotondare accompagnavo dei gruppi e con uno di questi, arrivato in un albergo in Bulgaria, accesi la televisione nella mia stanza, in tempo per vedere in diretta uno dei ragazzi della mia antica squadra di nuoto vincere la gara dei 1500 stile libero nei campionati europei (Emiliano Brembilla, europei di Siviglia 1997). Quella volta mi sono davvero emozionato e ho capito che è proprio vero, tutto quello che fai nella vita, da qualche parte ti porta».

I suoi tour invece l’hanno portato in Siria, Turchia, India, Thailandia, Myanmar, Patagonia. «Anni intensi e felici, arrivò anche il tempo di una esperienza nuova e tanto importante. Alla fine del 1999 in Venezuela una terribile alluvione fece più di ventimila morti e decisi di partire con i gruppi di soccorso. Arrivammo il 30 dicembre, la notte seguente saremmo entrati nel 2000, nuovo anno, secolo e millennio. Riuscire a essere utile, aiutando i tuoi simili, credo sia una delle cose più importanti che un essere umano possa fare. Sono esperienze tragiche, terribili, intense e bellissime che ti cambiano dentro, per sempre». Di ritorno dall’ennesima avventura e prima di ripartire per la successiva, Massimo fa tappa a Bergamo con un obiettivo ben preciso: una ragazza.

In nido a Baeza

«Avevo compiuto 40 anni e di avventura pensavo di averne avuta abbastanza. Per tutto il tempo in Venezuela mi ero portato dietro l’immagine di una ragazza spagnola che avevo conosciuto a Bergamo: era il direttore tecnico di un’agenzia di viaggi. Andai da lei e le chiesi di venire via con me. Passammo tre anni in giro per il mondo, prima di scegliere Baeza, una cittadina andalusa dove preparare il nido per accogliere le nostre creature. Sono arrivate due figlie stupende (Eleonora e Sofia), le avventure più belle della mia vita. Da allora non mi sono fermato, tra viaggi in mezzo mondo, era comunque il mio lavoro, e racconti che scrivevo lungo la via». Poi è arrivata la pandemia.

«Ho trascorso la mia vita in viaggio, quando il Covid ha bloccato le frontiere, per continuare a viaggiare mi sono messo a scrivere e non mi sono più fermato. Ho pubblicato così tre libri che si possono trovare su Amazon, nelle biblioteche e a Bergamo in un paio di librerie, la Palomar e Incrocio Quarenghi. “Un sacco di botte sotto un albero di fichi”, un noir ambientato a Bergamo. “Storia di un Rompiballe”, cronaca di vent’anni di viaggi, da un magazzino degli acquedotti, ai quartieri devastati di Caracas. “Delfino Gitano”, una raccolta di racconti, scritti nei quattro angoli del globo. Mentre un quarto romanzo, “La via dell’Ambra”, è in visione agli editori e l’ultimo, “Navigatore Solitario”, lo sto correggendo in questi giorni».

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