Insieme a 70 anni per una vita nuova
così ora «Mr. Park» fa meno paura

Il cammino affettivo di Laura e Angelo, due malati di Parkinson che si sono conosciuti a Trescore durante le terapie.

Se le mani tremano per colpa di «Mr. Park», il cuore resta saldo e come una vela gonfia di vento spinge a superare le sfide della vita. Laura Cantamessa e Angelo Rota si sono incontrati per la prima volta l’inverno scorso all’ospedale di Trescore, dove entrambi erano ricoverati per sottoporsi a trattamenti riabilitativi, per tenere sotto controllo i sintomi della malattia di Parkinson, e sono diventati amici.

L’incontro di due vedovi

Entrambi proprio in quel periodo si sono ammalati di coronavirus e l’hanno sconfitto. Durante l’estate, poi, a luglio, si sono rivisti per caso a una visita medica di controllo ed è scattata una scintilla. Hanno incominciato a frequentarsi e hanno deciso di condividere «quel che resta del cammino». Come scrive Rainer Maria Rilke, «l’amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano». Così è possibile rinascere e iniziare una vita nuova, anche a settant’anni.

Laura e Angelo sono entrambi vedovi. Lei, originaria di Mapello, da tanti anni viveva a Foggia, dove si era trasferita con il marito e la figlia per motivi di lavoro.

Ha avuto la diagnosi di Parkinson tre anni fa, quando ne aveva 68: «A un certo punto mi sono accorta che di notte non riuscivo a voltarmi nel letto, sentivo il corpo rigido e pesante. Ne ho parlato con il medico, che mi ha prescritto una risonanza magnetica. Già nel referto di questo esame era emerso il sospetto che potessi avere problemi di Parkinson. È stata una doccia fredda, non riuscivo a rassegnarmi e accettare l’idea di essere malata, l’ho rifiutata fino all’ultimo. Per togliermi il dubbio ho chiesto a mia sorella se conoscesse qualche specialista a cui rivolgermi e lei mi ha mandato da Cristina Rizzetti, neurologa e responsabile della riabilitazione Parkinson all’ospedale di Trescore. Lei mi ha visitato e solo guardandomi camminare e oscillare le braccia, purtroppo, ha capito subito di che cosa si trattasse».

Il recupero dall’infortunio

Angelo, che da sempre vive a Brembate, ha lavorato per cinquant’anni nei cantieri, da trentatré come artigiano indipendente, nel settore delle costruzioni. A vent’anni ha dovuto superare un gravissimo incidente: è caduto in motocicletta, ha subito un gravissimo trauma cranico, ha sfiorato la morte: «Ho avuto una paralisi facciale, ho perso quasi completamente la vista dall’occhio destro. Mi avevano dato per spacciato, invece ce l’ho fatta. Da quel momento ho capito di dover lottare per la mia vita e per i miei sogni, mi sono impegnato moltissimo per costruirmi una carriera e per la mia famiglia». Ha due figli e quattro nipoti. Sua moglie è morta a 47 anni per un cancro al seno. Appassionato di caccia e campione di tiro al piattello, si è accorto che qualcosa non andava da un tremore alle mani: «Mi sono rivolto a un amico neurologo, Massimo Camerlingo, e purtroppo è arrivata la diagnosi di Parkinson. Ero incredulo perché mi sentivo bene, attivo e in forma. Purtroppo col tempo mi sono accorto di cosa voglia dire avere una malattia cronica degenerativa».

Entrambi da quando hanno scoperto la malattia si sono rivolti all’ospedale di Trescore per le terapie di riabilitazione. «Una volta all’anno – chiarisce Angelo – restiamo lì per ventotto giorni durante i quali ci dedichiamo a fisioterapia, terapia occupazionale, logopedia». È una vera e propria rimise in forme per le persone con malattia di Parkinson: «Quando esco mi sento un uomo nuovo – dice Angelo – recupero slancio ed energia, che mi aiutano a proseguire nel modo migliore la mia vita quotidiana». Le attività svolte sono mirate: «C’è chi ha bisogno di controllare il dolore – aggiunge Laura – e chi invece fatica a parlare. Fra le attività proposte ce ne sono anche alcune sorprendenti, come la musica e il canto, che sono di grande aiuto anche dal punto di vista psicologico».

Contagiati dal Covid

Quest’anno però c’è stato un imprevisto: «Quando siamo stati ricoverati – ricorda Laura – ancora non c’era nessun allarme qui in Italia. Entrambi avevamo avuto effetti positivi dalle terapie, tanto che andavamo in giro per l’ospedale, passeggiavamo con altri pazienti nel giardino. Ci ritrovavamo a gruppi per giocare a carte, chiacchierare, raccontarci barzellette tra un trattamento e l’altro, così il tempo trascorreva in modo più piacevole. Abbiamo entrambi un carattere generoso, perciò non esitavamo a dare una mano a chi ce la chiedeva e magari aveva qualche difficoltà in più rispetto a noi. All’inizio di marzo però, quando ormai sia io sia Angelo eravamo vicini alle dimissioni, in ospedale ci sono stati alcuni casi di positività. È morto anche il nostro musicoterapeuta, si è ammalata anche la dottoressa Rizzetti. Ci è dispiaciuto per loro, che corrono nel reparto tutto il giorno. Li chiamano angeli, e lo sono davvero. Il primo dei pazienti a stare male è stato Angelo, è stato subito messo in isolamento. Poi hanno sottoposto al tampone anche altri, come me, che avevano sintomi lievi. Anch’io sono risultata positiva».

Ognuno in quel momento ha seguito il suo percorso di cura, così Angelo e Laura si sono persi di vista. Angelo una volta superata la fase acuta e negativizzato il tampone, è tornato a casa. «Fortunatamente sono sempre rimasto in reparto – racconta – non ho avuto bisogno di aiuto per respirare. Non è stata comunque una passeggiata, il virus mi ha lasciato molti strascichi: una stanchezza anomala, tanti dolori alla schiena e alle gambe, insomma ha azzerato tutti i benefici ottenuti dalle terapie precedenti».

Le difficoltà di Laura, invece, erano legate soprattutto alla lontananza da casa: «Ho avuto sintomi lievissimi, avrei potuto tornare a casa oppure essere trasferita negli alberghi allestiti per ospitare persone positive in convalescenza; purtroppo non essendo nella città dove risiedo non è stato possibile. Per diversi motivi ho dovuto ripetere per tre volte la quarantena e finalmente dopo due tamponi negativi ho avuto la possibilità di trasferirmi dalle mie sorelle a Dalmine e poi a Bergamo». Neanche per Laura le conseguenze del virus sono state lievi: «Prima riuscivo ancora a guidare e a spostarmi da sola, ora non più. Ho forti dolori alla schiena e fatico a staccare il piede dalla frizione; anche i riflessi non sono più gli stessi».

Movimento e sport aiutano a mitigare i sintomi della malattia di Parkinson, ma la pandemia li ha resi più difficili: «Ci sono meno occasioni per uscire – osserva Angelo – e per incontrare gli amici, questo non aiuta neppure a mantenere alto il morale, quindi anche il corpo diventa meno reattivo».

Dopo il secondo incontro, a luglio, Laura e Angelo hanno incominciato a vedersi spesso: «Non siamo giovani – sottolinea Angelo –, non abbiamo perso tempo. Ci siamo accorti di stare bene insieme, con molta naturalezza, come se ci conoscessimo da sempre. Forse è l’età che ci ha spinto a instaurare un rapporto più maturo fin dall’inizio. È un dono prezioso e raro, abbiamo deciso di averne cura restando insieme. Laura nel mese di agosto avrebbe dovuto tornare a Foggia, invece è rimasta».

Condivisione di gioie e fatiche

Come scrive Charles Dickens, «nessuno è inutile in questo mondo se è capace di alleggerire i pesi di un altro uomo». Questo è ciò che Laura e Angelo fanno una per l’altro, in modo semplice «come se condividessimo la vita da cinquant’anni» anche solo con un sorriso o una carezza, con un’attenzione gentile e sollecita. Entrambi conoscono a fondo la sofferenza dell’altro, perché la sperimentano anche su di sé, e allo stesso modo sanno come alleviarla. «Stiamo seguendo entrambi una terapia con iniezioni di ozono – afferma Angelo – per alleviare i dolori alla schiena. Certo, rispetto al buon umore e all’energia che avevamo prima, il recupero è lento, ma ce la mettiamo tutta. Ci salva il fatto di poter stare insieme e condividere gioia e fatiche».

Angelo ha ancora i suoi cani, anche se non può più andare a caccia: «È una passione che condivido con mio figlio, purtroppo io ho dovuto rinunciare, ora mando i miei cuccioli a correre con lui». La pandemia continua a condizionare in modo significativo anche la vita di Angelo e Laura: «Fortunatamente – chiarisce Angelo – possiamo contare sulle nostre famiglie, abbiamo sempre qualcuno vicino, che può raggiungerci per darci una mano con la spesa o con le medicine».

Laura è felice di essere tornata a Bergamo: «Da anni avevo chiuso la mia boutique, che è stato il mio lavoro per tutta la vita, e vivevo con mia figlia. Mi manca, mi dispiace saperla lontana, ma ci sentiamo spesso. Ci dispiace un po’ non poterci autogestire perfettamente come facevamo una volta, è lo scotto che Mr. Parkinson ci costringe a pagare».

Il sostegno dei medici

In questa condizione è prezioso il sostegno degli specialisti e delle terapie: «I medici che ci seguono e in particolare la neurologa Cristina Rizzetti ci incoraggiano sempre, ci spingono a sperare che con le terapie giuste si possa sempre migliorare la situazione. È uno stimolo a non arrendersi». Mr. Park allunga i suoi tentacoli, ma Angelo e Laura si sentono comunque fortunati: «Ci sono patologie più invalidanti – conclude Angelo –, che costringono a entrare e uscire continuamente dall’ospedale. L’ho sperimentato sulla mia pelle in modo molto doloroso nel periodo della malattia di mia moglie. Noi possiamo restare a casa nostra, e nella nostra vita quotidiana ci sono difficoltà ma anche tanti momenti belli, e possiamo sempre contare uno sull’altro». Come scrive Haruki Murakami: «Adesso che cammino con te non ho nemmeno un po’ di paura. Il buio e il male non possono trascinarmi via».

© RIPRODUZIONE RISERVATA