Monica e quella vacanza a metà
Il trapianto al fegato e la salvezza dell’arte

La storia di Monica Rossi. Il viaggio si è trasformato in un incubo per un’epatite fulminante. Il recupero attraverso l’arte

Quando Alessandro Baricco nelle sue «Mantova Lectures» racconta la storia della mappa della metropolitana di Londra ne dà un’interpretazione affascinante: lo stile con cui Harry Charles Beck l’ha disegnata, secondo lo scrittore, non serve solo a permettere alle persone di orientarsi attraverso la città. È anche un modo per offrire una visione della vita, per individuare l’ordine nel caos. Come se far emergere delle linee permettesse di leggere una direzione e poi di seguirla, superando gli ostacoli: è stato così per Monica Rossi, che dopo aver subito nove anni fa un trapianto di fegato a San Diego, negli Stati Uniti, ora ha trovato la sua personale «stella polare» nell’arte, non solo come mezzo d’espressione personale ma anche come strumento di dialogo per aiutare altri a stare bene.

Arteterapista
Ha ricominciato a studiare, è diventata arteterapista e proprio nelle cartine di Google Maps ha scoperto una speciale bellezza e un’ispirazione per la sua vita: «Osservandole con attenzione – spiega – si scoprono aspetti inediti: per esempio quanto le opere dell’uomo siano condizionate dalla presenza di quelle naturali. Ci sono i canali, le strade, i fiumi e guardando le mappe si scopre come l’uomo si è integrato e adattato a esse. Non dovremmo dimenticare o prevaricare questo aspetto».

Nell’arte Monica, che vive in città e ha tre figli adolescenti, Nicholaos, Zoey e Theo, ha trovato uno specchio che le mostra la sua parte migliore, quella che sogna di realizzare: «Le mie opere sono più belle di me – racconta –, incarnano la mia aspirazione, ciò che vorrei essere. Come se dovessi guadare un fiume, e ognuno dei miei lavori fosse una pietra che costruisce una strada per attraversarlo».

L’incubo improvviso in America
Dopo gli studi all’istituto d’arte con indirizzo grafico, Monica ha accantonato la pittura, anche se ha continuato a svolgere attività educativa con bambini e ragazzi, soprattutto collaborando con Gioiosa, scuola dell’infanzia di Monterosso che anche i suoi figli hanno frequentato. Nell’estate del 2011 si trovava in viaggio con la sua famiglia negli Stati Uniti: «Eravamo partiti da San Francisco, dopo essere stati al parco di Yosemite e stavamo dirigendoci verso Los Angeles per visitare gli studi cinematografici, progettavamo una tappa a Disneyland, dovevamo anche incontrarci con una famiglia di bergamaschi che si era trasferita a San Diego». Monica però ha incominciato a sentirsi male: «Credevamo fosse un’influenza o un’infezione di poco conto – spiega – dato che però i sintomi si aggravavano abbiamo deciso di andare subito a San Diego in modo da poter affidare i bambini ai nostri amici mentre andavamo in ospedale per una visita». Quando Monica è arrivata al pronto soccorso, però, il verdetto non è stato quello atteso: «Mi hanno subito ricoverato e dopo i primi esami mi hanno avvisato che avevo un’epatite fulminante con il fegato già molto danneggiato, e mi hanno inserito in lista per un trapianto urgente». Monica non ha ricordi di quei momenti: «Ho perso completamente la memoria di una decina di giorni prima del trapianto, non mi ricordo neppure di aver avuto paura. Mi sembra di aver attraversato una specie di lungo sogno, di cui ogni tanto emergono alcune immagini sfuocate».

La catena di solidarietà per le cure
Dopo il ricovero i medici hanno deciso di indurre il coma farmacologico, perché la situazione era gravissima: «Hanno dovuto abbassare la temperatura del corpo per rallentare il metabolismo e fare in modo che potessi resistere fino al trapianto, visto che il fegato era già necrotico».

Negli Stati Uniti l’assistenza sanitaria è molto costosa: la famiglia di Monica ha dovuto anche preoccuparsi di trovare le risorse necessarie per pagare i conti - salatissimi - del ricovero, dell’intervento e delle terapie necessarie. A Bergamo era partita subito una gara di solidarietà, che aveva coinvolto moltissime persone: singoli, associazioni, gruppi, creando una forte rete di sostegno.

La lenta ripartenza
Nel giro di tre giorni è stato trovato un fegato compatibile: «So soltanto che arrivava da Santa Cruz – ricorda Monica –. Non ho mai avuto la sensazione che fosse un corpo estraneo, l’ho sempre avvertito come una parte di me». Proprio nel giorno dell’intervento i suoi bambini sono partiti per l’Italia, passando solo per un attimo all’ospedale per lanciarle uno sguardo da una vetrata, mentre lei dormiva e non poteva salutarli, senza sapere quando l’avrebbero rivista.

«Sono tornata alla vita lentamente – ricorda Monica –, ho ricordi vaghi del momento del risveglio, il cuore che mi batteva forte, il respiratore ancora attaccato». Ci sono state tante complicazioni, un blocco renale, la dialisi, poi una grave infezione. «Ho dovuto imparare di nuovo, lentamente, a vivere, a respirare, a camminare».

«Persi pezzi della mia vita»
Monica è rimasta negli Stati Uniti per due mesi. Sentiva i suoi figli attraverso Skype: «Abbiamo festeggiato in videochiamata il compleanno del più piccolo, Theo, che allora aveva 6 anni. Mi sono persa il suo primo giorno di scuola, è uno dei tanti pezzi di vita che questa tempesta mi ha sottratto».

Quando è tornata a casa ha trovato uno striscione, tanti palloncini e l’abbraccio forte della sua famiglia: «È stato un momento molto felice, ma anche difficile. Se prima mi consideravo una persona sana che al massimo si sottoponeva ogni tanto alle analisi del sangue, a quel punto dovevo fare i conti con i controlli post-trapianto e i farmaci antirigetto, sapendo che mi avrebbero accompagnato per sempre. Negli Stati Uniti avevo tanti dubbi su cosa comportasse l’intervento che avevo subito. I medici all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che da quando sono rientrata mi seguono nelle terapie, mi hanno messo in contatto con i responsabili dell’associazione Amici del Trapianto di fegato, che mi hanno aiutato molto a orientarmi e a capire meglio quale fosse la mia situazione. Il dottor Michele Colledan poi nell’incontro che ho avuto mi ha dato indicazioni su che cosa mi aspettasse nel futuro. Per un certo periodo sono stata male. Poi uno psicologo, a un colloquio, mi ha chiesto quanto era grande per me il mio fegato. Mi sono fermata a pensarci, mi sono resa conto che pensavo davvero soltanto a quello. È stato un punto di svolta, ho deciso di cambiare strada, di non considerare più il trapianto come il perno della mia vita. Continuano a esserci anche oggi i farmaci e i controlli, ma per il resto sono riuscita a riprendere in mano me stessa e a cambiare prospettiva».

Il Centro Artiterapie di Lecco
Tre anni fa Monica si è iscritta al Centro Artiterapie di Lecco: «È un corso universitario di tre anni, con seminari, laboratori, tirocini e la tesi. Per tanti anni il mio impegno principale è stato quello di essere madre e il compito dell’arteterapista ha molti aspetti in comune con questo: è un facilitatore di rapporti, crea armonie e benessere attraverso un approccio con l’arte, aprendo nuove possibilità di dialogo. La responsabilità di una mamma è simile: anche in questo caso bisogna stare accanto ai figli senza sostituirsi a loro, senza invadere il loro spazio».

Ha ricominciato a dipingere e nell’ottobre 2019 ha aperto un atelier nella multifactory Risma11 di Alzano Lombardo con Sara Ruggeri, scenografa e arteterapista. Uno spazio luminoso e accogliente dove si trovano colori, pennelli, fogli, in un ambiente stimolante e creativo, accanto ad altri artigiani e professionisti. «È uno studio e un atelier. Ci piacerebbe molto aprirlo a chiunque voglia compiere un’esperienza artistica, vorremmo che diventasse un posto dove qualcuno può venire per dipingere. Un luogo speciale dove poter esprimere se stessi liberamente, ma anche flessibile, per poter ospitare attività e persone diverse. Purtroppo il covid-19 ci ha fermato prima di poter realizzare questi progetti. Il futuro è molto incerto, speriamo di poter riprendere presto».

L’influsso positivo dell’arte
Come scrive George Bernard Shaw, «si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima». L’arteterapia è fatta di osservazione e di ascolto: «A volte – spiega Monica – uno sguardo esterno può mostrarci qualcosa che da soli non riusciamo a vedere. Siamo portati istintivamente a percorrere le strade più battute, invece di esplorare nuove direzioni. L’arte ha un grande potere di guarigione, aiuta a ricucire le ferite. L’incontro con un’opera può innescare un percorso di conoscenza e di scoperta di sé. Anche per me è sempre stato così, in particolare nel periodo difficile che ha seguito il trapianto».

Le mappe di Google
Nei suoi quadri ci sono onde, foglie, fiori, forme geometriche, una mescolanza di linee astratte ed elementi della natura: «Alla pittura ho affiancato anche il ricamo, recuperando un antico amore: ho iniziato da bambina, è un hobby che ho sempre portato avanti in ambito familiare, per la casa e per i miei figli, di recente mi è venuta l’idea di accompagnarlo ai miei lavori artistici, usando una tecnica mista. Ho realizzato un quadro e ho incominciato a pensare: ho tutti questi bellissimi fili delle cartelle colori, comprati e messi da parte. Perché non usarli? Ho incominciato a impiegarli come segni grafici. Mi è tornata la voglia di sperimentare qualcosa che avevo lasciato da parte nel periodo in cui ho dovuto occuparmi prevalentemente dei miei figli. In questo momento ho diversi progetti, che uniscono elementi astratti e naturali. Nel periodo dell’emergenza per la pandemia mi sono appassionata alle mappe di Google, che sono diventate ottimi soggetti per i miei quadri. Quando li guardo vedo la parte migliore di me, come vorrei essere: dipingere è una splendida opportunità per crescere e per essere sempre più aderente a ciò che ho dentro, per realizzare i miei sogni e condividerli, e allo stesso tempo aiutare chi ne ha bisogno ed esprimere gratitudine per la vita e i suoi doni».

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