Afghanistan ignorato, un popolo nell’abisso

Un anno fa, il ritiro delle truppe americane (e quindi di tutte le truppe straniere) da Kabul sconvolgeva il mondo con le immagini di confusione e disperazione che lo accompagnavano. I talebani tornavano al potere e migliaia di afghani che per vent’anni avevano collaborato con gli occidentali, e si erano fidati di loro, cominciavano a vivere lo stesso incubo che aveva tormentato i loro padri. Negli stessi giorni, invece, passava quasi inosservato il rapporto di John F. Sopko, Ispettore generale speciale degli Usa per la ricostruzione dell’Afghanistan, che con un impressionante apparato di cifre e testimonianze non solo tracciava un bilancio angosciante dei vent’anni di presenza occidentale nel Paese ma si spingeva a prevedere ciò che ora, un anno dopo, tutti stiamo osservando: i fragili progressi costruiti a carissimo prezzo (per i soli Usa più di 1.000 miliardi di dollari spesi, 2.443 soldati uccisi e 20.666 feriti; 1.144 soldati di altri Paesi uccisi, 60 mila soldati afghani caduti, quasi 50 mila civili uccisi) sono franati in un attimo.

E infatti. L’unica considerazione in qualche modo positiva che oggi possiamo permetterci è che l’Afghanistan non è più il santuario della massima potenza terroristica del mondo, com’era invece ai tempi di Osama Bin Laden. Anche la recente eliminazione di Ayman al-Zawahiri, successore di Osama alla guida di Al Qaeda, ucciso da un drone Usa proprio a Kabul, testimonia più delle divisioni tra le diverse fazioni, con qualcuno pronto a ospitare il vecchio leone ormai sdentato del terrorismo islamista, che non della volontà di riprendere le vecchie macchinazioni. In più, i talebani odierni sono troppo impegnati a difendersi dalla concorrenza dell’Isis Khorasan per pensare di esportare altre minacce. Tutto il resto, però, inclina al disastro. I nuovi talebani si erano impegnati a rispettare i diritti delle donne, e decine e decine di madri e mogli sono state picchiate in strada o detenute per aver cercato di difendere uno spazio di dignità, mentre le loro figlie sono private dell’istruzione. Si erano impegnati a rispettare la libertà di parola, e un centinaio di giornalisti è passato per le galere. Si erano impegnati a rispettare le etnie minoritarie rispetto a quella pashtun, e invece hanno avviato una violenta campagna di sfratti e rilocazioni ai danni di hazara, turkmeni e uzbeki.

Inutile, di fronte a un quadro come questo, il tentativo del Governo talebano di conquistare una minima legittimità internazionale, condizione indispensabile per ricevere un qualche consistente aiuto. Il che, ovviamente, inchioda i 40 milioni di afghani a condizioni di vita che sono sempre state precarie ma che ora puntano dritte verso la tragedia. Il 50% della popolazione vive nella povertà più estrema, il 35% della popolazione attiva deve sopravvivere con poco più di un dollaro al giorno. Contribuisce alla tragedia la solita spietata ipocrisia americana. Dopo aver trattato per anni a Doha con i talebani, e aver pattuito una transizione che poteva finire solo con il loro ritorno al potere, il presidente Biden ha deciso di bloccare 7 miliardi di dollari della Banca centrale afghana per usarli, eventualmente, per i risarcimenti alle vittime dell’11 Settembre. Gli afghani di oggi, quindi, vengono collettivamente puniti per i crimini dei talebani di vent’anni fa, con un senso della giustizia davvero esemplare.

Non è certo detto che, riconsegnati all’attuale Governo di Kabul, quei soldi verrebbero spesi per il bene della popolazione. Ma c’è un’ulteriore considerazione da fare. In queste condizioni, non c’è modo di convincere i talebani a cambiare la natura del Paese, che di fatto oggi vive di commercio di droga. L’85% dell’oppio prodotto nel mondo viene dall’Afghanistan, e la rete di spaccio dei talebani arriva in Medio Oriente, Asia e persino Europa. Siamo quindi di fronte a un narco-Stato, che ripropone all’Occidente il più vecchio dei dilemmi relativi ai regimi: collaborare, in questo caso coi talebani, per spingerli su una strada meno dannosa per tutti, o combatterli per eliminarli come si fece nel 2001, per restare all’Afghanistan, con i risultati che sappiamo? L’attuale soluzione, in un mondo che abbonda di scossoni, pare sia: ignorare l’Afghanistan finché i talebani non diventeranno un problema davvero grande. Quanto agli afghani, si arrangino come possono.

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