Berlino in crescita
Ossigeno per l’export

All’inizio dell’anno il ministro tedesco delle Finanze sentenzia: gli anni delle vacche grasse sono finiti. La recessione è arrivata, ma solo per lui: ha perso la competizione per la segreteria della Spd. Secondo l’Ifo di Monaco di Baviera, nella seconda metà dell’anno la crescita sale allo 0,6% e il 2020 è segnato con il più: 1,1% del Pil. Per l’industria italiana è una boccata d’ossigeno. Sono i grandi gruppi a nord delle Alpi che dettano la linea e una Germania in crescita vuol nuove commesse per le nostre imprese.

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L’industria italiana condivide con quella tedesca la manifattura, cioè quella parte dell’economia che si basa su prodotti finiti tradizionali. Pareva destinata al declino la vecchia produzione e invece si è scoperto che l’uomo moderno ancorché digitale non dorme sul cloud, ovvero su una nuvola, ma su un normalissimo letto. Ci vuole quindi qualcuno che lo costruisca. Perché è vero che si ordina online ma poi c’è anche la consegna della merce e quindi è di necessità servirsi di un aereo, di un drone, di un veicolo che lo consegni a domicilio.

Lo stesso dicasi per il malato di turno ovvero l’automobile. Si viaggia verso l’elettrico, ben sapendo che non sarà la soluzione, ma una fase di passaggio e tuttavia i nuovi mezzi, qualunque sia la forza propulsiva, a idrogeno oltre che a batteria, non possono rinunciare ai sedili, all’aria condizionata, alle componenti della carrozzeria, all’impianto luci... Ci vuole un’industria dell’indotto che supporti il progetto digitale, imprese che mettano a frutto la tradizione produttiva del passato e la riconvertano alle esigenze del presente. Industria 4.0 è nata per questo, applica la tecnologia ai processi produttivi, semplifica le forme di creazione di un bene cioè passa dal virtuale al reale produttivo.

Questo passaggio è stata sottovalutato nei Paesi anglosassoni i quali hanno privilegiato o la finanza come in Inghilterra, o lo sviluppo della creazione virtuale unita alla crescita degli indici azionari e borsistici come negli Stati Uniti. Le acciaierie della rust belt dell’Ohio, dell’automobile di Detroit in cambio di Apple, Microsoft, Amazon , Google e Facebook della Silicon Valley. Trump è andato alla Casa Bianca sull’onda dei delusi di chi una volta era la spina dorsale d’America.

Questo vuoto l’ha riempito la Germania e con essa l’Italia come seconda nazione manufatturiera di Europa. Perché dunque si prevede uno sviluppo per il 2020 che anche solo a giugno 2019 nessuno osava profetizzare? Nei prossimi 30 anni la popolazione mondiale crescerà da 7,7 a 9,6 miliardi di individui. Questo vuol dire in termini economici un aumento dei consumi e quindi delle merci richieste.

Saranno zone ora sottosviluppate, soprattutto in Africa, ma se la politica dell’Occidente sarà saggia verrà incentivato in loco un nuovo ceto produttivo. Un po’ quello che è successo in Cina dove negli ultimi vent’anni si è creato un ceto medio di circa 800 milioni di persone, ovvero possibili clienti per i prodotti made in Germany e made in Italy. Ma l’elemento decisivo resta la propensione alla spesa del cittadino occidentale. Il mondo sente ecologico, ma vive in modo edonistico. Greta, fenomeno mediatico di prima grandezza, concilia i due opposti. Mette a posto la coscienza sulle piazze e permette di non rinunciare alle mollezze della società opulenta. Capsule del caffè sono in boom unitamente ai voli low cost e agli acquisti on line. Nestlé, Procter & Gamble, avanzano negli utili, Pepsi Cola aumenta del 30% in borsa e Walt Disney del 40%. Tutto fa intendere che la propensione al consumo non calerà. Globalizzazione e digitalizzazione hanno portato ad aumentare di quattro volte la produttività rispetto alla normale catena di montaggio. È il nostro valore aggiunto se restiamo parte integrante d’Europa.

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