Chiarezza e giustizia
Un diritto di tutti

Si faccia al più presto chiarezza sui fatti accaduti mercoledì sera a cinquecento metri dal casello di Firenze Sud, dopo Fiorentina-Atalanta. Ne hanno diritto tutti. Ne hanno diritto per primi i tifosi che si trovavano su quei pullman e che ne sono usciti lividi, denunciando di aver subito un’aggressione deliberata e senza giustificazioni da parte della polizia. Ne hanno diritto gli autisti di quei bus, che difficilmente dimenticheranno le scene a cui si sono trovati ad assistere, loro malgrado. Ma ne hanno diritto, non dimentichiamolo, anche gli agenti del reparto mobile e della questura di Firenze, verso cui ora è puntato il dito, e che negano le accuse.

Viviamo nell’era dei video in diretta, delle chat di gruppo, dei like, delle condivisioni che diventano migliaia nel giro di pochi minuti. Le fotocamere dei nostri smartphone sembrano non lasciare più alcuno spazio all’intermediazione, alle ricostruzioni «ufficiali», alle «veline»: non dimentichiamo però che, per quanto possano sembrare eloquenti, questi contributi andranno vagliati uno a uno e non possono essere assurti tout-court, da subito, a prove senza appello.

La giustizia ha i suoi tempi e i processi, per fortuna, non si celebrano sui social. Anche ai poliziotti del reparto mobile che si trovavano a Varlungo e che hanno intimato l’alt ai bus nerazzurri spettano le garanzie dovute a qualunque altro cittadino. Ed è certo che saranno chiamati a riferire, spiegare, relazionare, rispondere, lungo una catena gerarchica che, dal dirigente del singolo reparto, porta su fino al capo della polizia Franco Gabrielli e al ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Lo ha assicurato proprio quest’ultimo: «Si stanno facendo tutte le verifiche del caso», ha dichiarato ieri il vice premier, i cui toni particolarmente «istituzionali», certamente lontani dalle dirette Facebook a cui ha abituato l’Italia, sembrano confermare la delicatezza della situazione e una attenta, quanto prudente, presa in carico della vicenda.

Ma c’è un’altra categoria di persone che ha diritto ad un accertamento dei fatti rapido e preciso: sono le migliaia di poliziotti che ogni domenica (e sabato, e lunedì, nel calcio moderno degli anticipi e dei posticipi…) vigilano sull’ordine pubblico delle città italiane, cercando di garantire agli appassionati di sport e ai cittadini in genere l’incolumità e il corretto svolgimento delle manifestazioni. C’è un dato certo in questa vicenda e va sottolineato, senza se e senza ma: i fatti di mercoledì sera non possono e non devono diventare in alcun modo un pretesto per turbare l’ordine pubblico. Domani a Bergamo c’è un’altra partita da giocare. Di nuovo con la Fiorentina, per giunta. Non può esserci spazio per azioni di rappresaglia nei confronti di chi indossa un distintivo. I fatti di mercoledì non diventino occasione di alleanze tra frange ultrà contro il «comune nemico» in divisa. Se qualcuno tra le forze dell’ordine a Firenze ha avuto delle responsabilità, sarà chiamato a risponderne, secondo la legge. Ma violenza non chiami violenza. Domani gli occhi di tutta Italia saranno puntati su Bergamo e Bergamo dovrà essere all’altezza. La città merita un’altra prova di maturità da parte della sua tifoseria: invocare giustizia è legittimo, farsi giustizia mai. Del resto, dall’altra parte dei tornelli i tifosi troveranno agenti che, per primi, chiedono l’accertamento della verità, verifiche rapide e senza sconti. Lo hanno fatto anche ieri, per voce dei loro rappresentanti sindacali. I quali vanno anche oltre: chiedono nuovi strumenti per poter lavorare con maggiore serenità, come telecamere sui mezzi di servizio e body-cam sulle divise, in modo che tutto possa essere registrato e la loro professionalità salvaguardata, in ogni situazione. Domani si va di nuovo in campo: il momento magico di Ilicic e compagni sia l’unico pensiero.

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