Commercio libero, intesa tra 15 paesi. Sfida asiatica

Commercio libero, intesa
tra 15 paesi. Sfida asiatica

Qual è il mondo che ci aspetta dopo la pandemia? Mentre i governi in Europa si angosciano sulla cassa integrazione, sui risarcimenti, sulla crisi economica, sulle sponde dell’oceano Pacifico va in porto l’accordo di libero scambio - quindi senza controlli di dogana - di 15 Stati dell’Asia e dell’Oceania. Il Giappone, l’Australia, la Nuova Zelanda alla fine sono arrivati alla conclusione che con un’America assente e vocata all’isolazionismo non resta che la Cina. L’India si tira fuori perché fa continente a sé ma per Stati come Malesia, Indonesia, Singapore piccoli e soli non è bello e quindi meglio il dragone dalle fauci di fuoco che nessuno. Anche perché la Cina si ammanta da agnello ed è difficile sottrarsi alle lusinghe delle sue tentazioni.

Bastano poche cifre per capire la portata della sfida: la forza economica della nuova area di scambio Asia-Pacifico si misura nell’ordine dei 26 mila miliardi di dollari contro i circa 24 mila del blocco Nafta (Usa, Canada Messico) sino ai 15 mila dell’Unione Europea a 27.

La percentuale di debito rispetto al Prodotto interno lordo vede le parti invertite. Il più basso quello asiatico, nell’ordine del 66%, nonostante il Giappone da solo vanti un indebitamento record di oltre il 220% del Pil nazionale, mentre la sola Eurozona, quindi 19 Paesi su 27, da soli collezionano il 95%. All’interno di questi tre blocchi l’Europa appare la più debole. I Paesi europei hanno come loro punti deboli una popolazione anziana che per definizione è restia al rischio e votata al quieto vivere, e un benessere che se coniugato con la sazietà porta alla dimensione statica e quindi diventa un peso e non più una molla per lo sviluppo. Per questo è errato pensare che il mondo che andremo a ricostruire debba essere uguale a quello precedente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA