Conferenza sul clima, una buona partenza

AMBIENTE. Con 190 Paesi rappresentati e 160 tra capi di Stato e di Governo in qualche modo presenti, la Cop28 in corso negli Emirati Arabi Uniti si presenta come una specie di Onu dedicata al clima.

E in un certo senso lo è, visto che Cop significa Conferenza delle parti, ovvero di tutte le entità che nel 1992 accettarono di sottoscrivere a Rio de Janeiro, in occasione dello storico summit per la Terra, la Convenzione Onu sul cambiamento climatico. Dal 1995, cioè dalla prima Cop di Berlino, le «parti» si ritrovano per decidere che cosa fare in concreto per arrivare a una decisa riduzione delle emissioni a effetto serra, l’obiettivo che a Rio era stato indicato e sottoscritto ma senza obblighi vincolanti. Non a caso, con il tempo, è diventato più noto della Convenzione il cosiddetto Protocollo di Kyoto (Cop3 del 1997 in Giappone), il primo trattato della storia che stabiliva di ridurre le emissioni, portando quelle del periodo 2008-2012 sotto i livelli del 1990. Prevedeva anche «responsabilità differenziate» tra i Paesi, con maggiori obblighi per i Paesi più industrializzati e inquinanti, cosa che spinse gli Stati Uniti a rifiutare la firma.

Da allora la storia delle Cop, ovvero la marcia dell’umanità verso un pianeta meno «sporco», è stata costellata di fallimenti, polemiche, mezzi successi, risultati apparenti, com’è ovvio per una discussione che va a toccare gli interessi vitali di nazioni ricche come di Paesi pericolanti. E tali inevitabili difficoltà hanno costellato anche la preparazione di questa Cop28. Non saranno presenti, per cominciare, né Joe Biden né Xi Jinping, quindi due tra i Paesi più inquinanti non saranno rappresentati al massimo livello.

In più, molte organizzazioni ecologiste hanno contestato sia la sede sia il presidente della Conferenza. Gli Emirati Arabi Uniti, si sa, sono tra i grandi produttori mondiali di petrolio. E Sultan al-Jaber, il presidente della Cop emiratina, è anche presidente della Adnoc, la compagnia petrolifera di Stato, e della Masdar, la compagnia statale per le energie rinnovabili. Con lui, insomma, gli Emirati possono giocare su tre tavoli. Il Center for climate reporting e la Bbc, poi, sono riusciti a pubblicare certi documenti usciti dall’ufficio di Al-Jaber che delineavano una serie di accordi bilaterali che gli Emirati volevano stringere proprio durante la Cop con Cina, Brasile, Australia, Egitto, Germania e Colombia per l’estrazione o la commercializzazione di gas naturale e petrolio.

Il che, ovviamente, non pareva il viatico migliore per una Conferenza che dovrebbe avviare la fine dei carburanti fossili, alla luce anche del prevedibile fallimento dell’obiettivo fissato sette anni fa a Parigi, cioè non superare l’1,5 gradi di riscaldamento globale. Siamo già a più 1,4.

Nonostante i pessimi auspici, però, la Cop28 emiratina si è aperta con un buon risultato: ha cominciato a riempirsi di denari la cassaforte che era stata istituita nella Cop precedente per il fondo «perdite e danni», ovvero per risarcire i Paesi (di solito poveri) che subiscono gli effetti perniciosi del cambiamento climatico innescato dagli Stati (di solito ricchi) più inquinatori. Sono solo 420 milioni di dollari, per il momento, che in gran parte vengono da Emirati, Germania e Regno Unito. Serviranno a dare sollievo alle vittime di inondazioni e tragedie ambientali assortite, ai profughi del clima, a coloro che patiscono in prima persona lo sconquasso del pianeta. È solo un inizio, la conferenza durerà altri due giorni. Ma un buon inizio.

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