Conte, da salvatore ad accusato

Conte, da salvatore
ad accusato

L’emergenza del Coronavirus non sarà politicamente neutrale. Ci saranno conseguenze. Innanzitutto sul Governo. Qualunque governo chiamato ad affrontare una fase straordinaria e di pericolo mette sul tavolo tutta la propria credibilità e, in definitiva la propria sopravvivenza. Accade ora anche a Giuseppe Conte e ai suoi ministri che, ricordiamolo, hanno affrontato l’epidemia cinese venendo da una fase di turbolenza e indebolimento, di incursioni corsare da parte di Renzi e di assottigliamento dei margini di sicurezza in Parlamento dovuto in parte alla crisi interna del M5S e in parte allo scouting di Matteo Renzi soprattutto al Senato.

Così, con questa incerta salute, il Gabinetto ha affrontato il virus. E lo ha fatto con piglio decisionista. Ha cominciato a fare riunioni a catena (anche un Consiglio dei Ministri) nella sede della Protezione civile, ha dispiegato una comunicazione d’emergenza estremamente pervasiva (e invadente, diciamolo), ha preso nella notte provvedimenti molto duri e ha respinto senza tentennamenti richieste che venivano dai governatori delle Regioni più importanti del Paese. Conte ha tenuto ad essere il protagonista assoluto della scena, lasciandosi alle spalle il ministro della Sanità e tutti gli altri, compreso il responsabile del Viminale da cui dipendevano tutte le azioni di ordine pubblico. Alla grande difficoltà della situazione, il presidente del Consiglio voleva evidentemente unire una grande opportunità politica, coerente con la costruzione del «personaggio Conte» che un domani avrebbe potuto fregiarsi del titolo di salvatore della Repubblica.

Quando però ci si è accorti che insistere tanto sull’emergenza e sul pericolo ci stava facendo cadere addosso il masso dell’isolamento e di un gigantesco danno economico, l’aria è cambiata. Lo stesso Governo se ne è accorto cercando improvvisamente di mandare messaggi rassicuranti, di fiducia, di minimizzazione dei pericoli sanitari, insomma provando a ridimensionare l’emergenza da esso stesso cavalcata nella prima fase. Ma probabilmente il piano B della comunicazione di palazzo Chigi era tardivo. E così ora sta montando l’onda di chi chiede conto e ragione allo stesso Governo di provvedimenti ritenuti eccessivi e lesivi dell’economia nazionale e dei rapporti internazionali, di annunci esageratamente drammatizzanti, di decisioni pasticciate (come la chiusura dei voli con la Cina) di ingigantimento di un rischio che solo da noi, diversamente che negli altri Paesi d’Europa, è apparso tanto letale. Il fatto che in Italia si facciano tamponi mille volte di più che in Germania, per esempio, non è cosa che passa senza lasciare traccia. Ecco subito che tutte le organizzazioni dell’economia si alzano in piedi e con toni piuttosto bruschi chiedono al Governo di rispondere rapidamente e con provvedimenti concreti all’emergenza economica che rischia di essere ben più grave di quella sanitaria.

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