Conti pubblici e coronavirus

Conti pubblici
e coronavirus

L’Italia si sta prendendo la flessibilità nei conti pubblici che le serve per affrontare l’emergenza Coronavirus. Tant’è che saliremo al 2,7-2,9% nel rapporto deficit-Pil con la prospettiva di sfondare il tetto magico del 3%. Che l’Europa si pieghi così facilmente alle richieste italiane è significativo del livello di allarme cui si è arrivati: solo due anni fa i falchi di Bruxelles imposero all’allora ministro dell’Economia Tria si riscrivere la legge di Bilancio sotto dettatura e di rimangiarsi un 2,4% di deficit che appariva come una scandalosa insurrezione italiana contro le regole del Fiscal Compact. Adesso col Coronavirus puntiamo a superare il 3%, e forse neanche di poco. Sono 25 miliardi che il governo mette sul tavolo per tenere botta alla crisi economica che l’epidemia ci sta procurando e ai maggiori costi sanitari che si rendono indispensabili.

Ursula Von der Leyen per la Commissione Europea e Christine Lagarde per la Bce accolgono le richieste del ministro Gualtieri - che si può giovare della credibilità conquistata in tanti anni di lavoro alla Commissione Bilancio del Parlamento europeo – appoggiate dal commissario Paolo Gentiloni e dal presidente dell’Europarlamento David Sassoli. Lo spettro è quello della crisi del 2008, di una recessione profonda italiana ed europea senza nemmeno l’arma della manovra sui tassi che sono già al minimo storico. Dunque si va avanti sotto il peso dell’ammonimento , quella del capo dell’Oms: «Assicuro che presto i vari Paesi avranno un decorso della pandemia uguale a quello dell’Italia».

Sarà quello il momento della verità, quando tutta l’Europa sarà alle prese con tanti malati e purtroppo tanti decessi, e serviranno soldi: si tratterà di affrontare le richieste di flessibilità che verranno anche da altri Paesi, a cominciare dalla Francia e dalla Spagna: non sono pochi quelli che prevedono una sospensione del Fiscal Compact. E tuttavia proprio lunedì il governo italiano, insieme a tutti gli altri, dovrà affrontare a Bruxelles un voto sul famigerato accordo Mes che mette altre briglie alle economie nazionali e ai loro bilanci finanziari. Sarà un momento delicato che l’opposizione italiana farà di tutto per sfruttare e che metterà in imbarazzo parte della maggioranza, e cioè il M5S. Già Salvini è sul piede di guerra: «Il Mes lunedì è il primo punto all’ordine del giorno della discussione, il Coronavirus è solo il terzo: voglio vedere se Conte riuscirà ad imporsi e a rifiutarsi di mettere la firma su quella vergogna che serve solo alle banche tedesche». E se invece la discussione proseguisse sui binari impostati già parecchi mesi fa, cosa farebbe Luigi Di Maio che aveva detto: «Non firmeremo mai quell’accordo», tanto da minacciare la crisi del governo giallo-rosso? Le contorsioni verbali («Nulla è già deciso formalmente, accetteremo solo un accordo a pacchetto») con cui Conte aveva procrastinato la vicenda ora arriveranno al momento della verità.

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