Covid, la lezione da apprendere

SANITÀ. Sono passati tre anni e tre mesi dal 30 gennaio 2020 quando l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dichiarò lo stato di emergenza internazionale per il rischio epidemico da Sars Cov2, il virus scoperto in Cina, nella regione di Wuhan, che causa la malattia Covid-19. Ieri, 5 maggio 2023, la pandemia è stata dichiarata ufficialmente terminata.

«Il Comitato tecnico dell’Oms ha raccomandato la fine dello stato di emergenza e io ho accettato l’indicazione», ha detto il direttore generale Tedros Ghrebreyesus nel corso di una conferenza stampa convocata per l’occasione. La notizia certamente dà un senso di sollievo, anche se nella percezione della gente - inutile nasconderlo - la pandemia era già finita. Per strada, sugli autobus, in treno, sugli aerei, nei locali pubblici, pochissime persone portavano la mascherina. Quella della fine della pandemia è una notizia meravigliosa, ma è anche il momento di riflettere, come ha spiegato il capo dell’Oms. Se non riflettiamo, sprecheremo la lezione che abbiamo dovuto apprendere nostro malgrado.

Innanzitutto deve restare l’idea di una potenziale minaccia globale di altre pandemie. Il primo errore macroscopico che abbiamo fatto è stato quello di non coordinarci tra Stati, come è avvenuto nella prima fase della pandemia. L’eventuale coordinamento tra Paesi dovrà essere il primo comandamento. Resta infatti il rischio di nuove varianti, che possono causare nuove ondate di casi e morti. La cosa peggiore che i governi possano fare, sempre per citare le parole di Ghrebreyesus, è usare questa notizia per abbassare la guardia, per smantellare il sistema sanitario che hanno costruito e per lanciare alla gente il messaggio che il Sars-Cov2 non è più qualcosa di cui preoccuparsi.

Il pensiero va alle vittime, spesso frutto anche di errori commessi nella prima fase di questa malattia letale che non si conosceva. E nel loro ricordo che dobbiamo far sì che questa tragedia non si ripeta. In Italia, il primo Paese a diagnosticare un caso di Covid-19 fuori dalla Cina, ci sono stati 180mila morti. Nel mondo, ha calcolato l’Organizzazione, sono stati almeno 20 milioni. E il nostro pensiero va anche ai 379 medici e i 90 infermieri italiani deceduti per aver voluto compiere fino in fondo la loro missione, sulla prima linea del fronte del virus, senza tirarsi indietro. Siamo stati in guerra, una guerra vinta grazie ai vaccini.

Del significato della dichiarazione di fine emergenza internazionale facciamo nostre le parole di Paolo Bonanni, professore di Igiene presso l’Università di Firenze e coordinatore scientifico dell’alleanza «Il Calendario per la Vita». «Quello che dovremo rendere chiaro», ha specificato Bonanni, «è che non è finita la circolazione del virus, non è finito il danno che può fare il virus». Insomma, non basta che una malattia non sia più sia endemica per sentirsi fuori pericolo. Purtroppo il Covid resta ancora tra noi. «Una malattia endemica come la malaria fa centinaia di migliaia di vittime ogni anno. Quello che dobbiamo fare è prepararci per una possibile circolazione endemica di questo virus che potrebbe fare ancora molti danni. Come ogni anno ci proteggiamo contro l’influenza, è probabile che ogni anno ci dovremo proteggere contro il coronavirus. Dobbiamo far capire, specie alla popolazione più anziana e più fragile, che dovrà continuare a fare i richiami del vaccino anti Covid». Insomma, non è calato il sipario su una delle epoche più drammatiche della nostra vita, dove abbiamo sperimentato nuovi stili di vita e di lavoro, abbiamo ingoiato ansia, abbiamo vissuto esperienze tragiche, ma anche episodi di solidarietà e forse abbiamo riscoperto il senso di stare in famiglia. Forse ci sentiamo più forti perché citando Friedrich Nietzsche, quello che non uccide fortifica. Ma dobbiamo fare tesoro di questi anni, a cominciare dalla riorganizzazione del sistema sanitario, affinchè la tragedia non si ripeta.

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