Cultura e istruzione non sono un costo

Cultura e istruzione non sono un costo

Fino a quando non saremo in grado di tesaurizzare le enormi potenzialità complessive dei settori culturali del nostro Paese - occupazionali, innovative, turistiche, di esportazione - continueremo a considerare ogni relativa iniziativa come una voce di costo, anziché di potente e duraturo investimento. Ancora oggi si continua a guardare alla cultura soprattutto in termini esclusivamente di conservazione del patrimonio e delle tradizioni. Occorrerebbe, invece, porre in essere una efficace «politica della cultura»

in grado di farsi carico delle tante esigenze di valorizzazione e sviluppo del settore, che ha al suo interno molti comparti specialistici le cui attività andrebbero costantemente programmate, sostenute e monitorate nelle loro capacità remunerative. Sono tante le imprese che producono contenuti culturali: libri, teatro, musica, cinema, eventi, esposizioni, servizi connessi alle attività museali e tante altre. Sono imprese di grande e piccola dimensione cresciute rapidamente negli ultimi anni e che l’attuale pandemia ha in gran parte fermato, sconvolgendo la vita di migliaia di talentuosi professionisti e delle loro famiglie. Prima ancora che la crisi sia superata, occorre porre in essere tutti gli interventi possibili per garantire un’immediata ripresa in sicurezza del mondo della cultura, ridando vita ad un mercato «necessario» sotto tutti i punti di vista, in grado di produrre un’offerta complessiva, sia sofisticata che di più ampio respiro, mai così tanto agognata da tutti come oggi.

I dati 2019 del rapporto annuale di Symbola e Unioncamere ci dicono che prima della crisi pandemica il peso della cultura nell’economia italiana aveva raggiunto un traguardo ragguardevole con 96 miliardi di euro di fatturato e forniva un contributo all’occupazione complessiva del Paese pari al 6,1%. Non è vero, dunque, che «con la cultura non si mangia». Questi dati evidenziano in modo incontrovertibile come il sistema culturale italiano dimostri di rappresentare un comparto ampiamente remunerativo nell’ambito dell’economia nazionale. Ciò detto, non bisogna dimenticare che il consumo di prodotti culturali è strettamente legato alla crescita del livello culturale medio di una società e che proprio riguardo a quest’ultimo aspetto l’Italia sconta un pericoloso ritardo. Ce lo conferma il rapporto Istat relativo al 2019, dal quale emerge che la quota di popolazione tra i 25 e i 64 anni in possesso di almeno un titolo di studio secondario - che rappresenta il principale indicatore del livello di istruzione di un Paese - è pari al 62,2%, un valore decisamente inferiore a quello medio europeo (78,7%) e a quello dei più grandi Paesi europei come Germania (86,6%), Francia (80,4%) e Regno unito (81,1%).

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