Fine del mondo?
Svolta epocale

Apocalisse climatica. Tempo scaduto. Condanna a morte globale. Sono solo alcune delle espressioni utilizzate da leader e attivisti mondiali, poi rimbalzate sui principali media nazionali, per descrivere la posta in gioco al summit Cop26 di Glasgow. Argomentazioni e toni così catastrofici, peraltro discutibili nel merito se presi alla lettera, secondo molti sarebbero comunque giustificati dalla necessità di trasmettere all’opinione pubblica l’urgenza della sfida che abbiamo di fronte. Tuttavia dobbiamo essere consapevoli dei gravi rischi legati a una strategia simile.

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In primo luogo, essa ingenera un senso di impotenza e una deresponsabilizzazione diffusa. Molti di noi saranno naturalmente portati a chiedersi: se la situazione è ormai a tal punto compromessa per colpa delle emissioni nocive di gas serra, che peso potrà avere la modifica di qualche mia abitudine in una direzione più virtuosa e sostenibile? Moltiplicate il dubbio per decine di milioni di individui, e immaginatene l’impatto. In secondo luogo, se la fine del mondo è ormai dietro l’angolo, ogni ipotesi di soluzione gradualistica perde valore nell’immaginario comune, diventa insignificante e immeritevole di sostegno. Risultato: un ulteriore senso di deresponsabilizzazione per qualcuno che quindi proseguirà come nulla fosse, oppure il rifugio nell’autoflagellazione moralistica per qualcun altro che prospetterà soluzioni punitive e controproducenti. In ogni caso, il dibattito pubblico su una questione così importante per il futuro del pianeta ne esce compromesso, dilaniato tra estremismi inconcludenti.

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