Gli «amici» autoritari
e un paese che tace

Come si fa a tacere, divagare, distinguere quando, in giro per un mondo che è per niente lontano, un oppositore del regime viene avvelenato (Russia), un avvocato dei diritti civili muore di fame in prigione (Turchia), un nero viene ucciso alle spalle dalla polizia (USA), dimostranti vengono brutalizzati e deportati (Hong Kong)? O si fa come Donald Trump, che si dice sicuro che l’avversario di Putin Alexei Novalny ha preso solo del the troppo freddo, o si fa come la cancelliera Angela Merkel, che ha reagito con energia e fermezza. Stare in mezzo, facendo finta di niente, pensando solo al rischio per gli affari con Russia, Turchia, Usa come fa il governo italiano è quanto meno avvilente. Anche la Germania ha grandi interessi, più dei nostri, in Russia, ma una leader che si rispetta si è fatta sentire.

Con questo atteggiamento pilatesco è comprensibile che la nostra opinione pubblica si indigni clamorosamente un giorno sì e uno no per fatti talora miserandi ma piccoli come i 600 euro incassati da tre parlamentari, ma non faccia una piega per la violazione di elementari principi di libertà e dignità. Sono fatti che accadono «lontano», ma che ci riguardano.

Le sanzioni per l’invasione-appropriazione della Crimea, e i possibili inasprimenti per l’affare Navalny, sono e saranno pesanti anche per la nostra economia, ma è il prezzo da pagare per essere cittadini di quella piccola parte del mondo che ha la fortuna di essere libera. Se si transige sarà peggio. Se si lascia correre, si mettono da parte principi su cui la nostra civiltà giuridica e culturale è fondata. C’è il dovere della denuncia, anche se è scomoda.

E fa più male ancora se queste cose accadono in Paesi che dovrebbero essere amici. Si veda la deriva degli Stati Uniti sul razzismo, l’indifferenza per la vita umana, la proclamazione di «legge ed ordine» che per noi significa dare limiti al potere, non giustificarne gli eccessi. Inquieta un Paese dell’UE come l’Ungheria che sospende il Parlamento, e immediatamente dopo colpisce le opposizioni, la stampa libera.

Sono Paesi con leader politici ammirati da alcuni dei nostri partiti. Qualcuno, a Mosca, si è sentito «a casa» più che a Bruxelles, e non era un nostalgico dell’Urss. C’è d’altra parte una tendenza generale nel mondo allo scambio tra sicurezza e libertà, e hanno fortuna coloro che promettono tranquillità (farsi gli affari propri) se si lascia perdere attenzione alle forme, alle procedure. Che sarà mai la garanzia da riconoscere al presunto innocente, se mi togli dalla strada qualche brutta faccia?

La mancanza di competenza diventa allora un’aggravante. Abbiamo governanti che scambiano il Libano con la Libia, il Venezuela con il Cile, che vanno a rendere omaggio ai casseur parigini e poi si scusano con la «millenaria» democrazia francese.

I peggiori dittatori, solo perché non sono la solita Europa, i soliti USA, la solita Nato (è il cambiamento, bellezza!), suscitano comprensione e indulgenza. Per certe anime belle, Maduro doveva far da mediatore per l’Onu in Libia, le elezioni in Bielorussia sono state regolari, quel che accade ad Hong Kong è materia interna alla Cina, in Kazakistan c’è democrazia.

L’Italia non ha più una politica estera. Il Ministro a ciò dedicato torna in Libia dal presidente riconosciuto come legittimo dalla comunità internazionale e gli propone il programma del Governo Berlusconi, per farsi perdonare di avere flirtato per un inverno con chi lo bombardava fino a poche settimane fa. Cerchiamo almeno di capire che se nel mondo muoiono pezzi di libertà, la cosa ci riguarda da vicino.

© RIPRODUZIONE RISERVATA