Guerra all’Iran Trump cerca voti

Guerra all’Iran
Trump cerca voti

Chissà se dopo la clamorosa eliminazione del generale iraniano Qassem Soleimani qualcuno racconterà ancora la barzelletta che vuole gli Usa di Donald Trump intenti a disimpegnarsi dal Medio Oriente? L’attacco con i droni, condotto in un Paese amico come l’Iraq, ha avuto un’evidente funzione dimostrativa. Il messaggio è: questa è casa nostra, qui noi possiamo fare ciò che vogliamo, nessuno che ci ostacoli può sentirsi al sicuro. Solo il risentimento anti-Trump che prolifera nelle province dell’impero americano poteva far prendere lucciole per lanterne, perché questo atto di guerra contro l’Iran è il culmine di una politica che invece, da parte della Casa Bianca, è stata piuttosto coerente.

Pensiamoci per un attimo. Trump fin da subito ha rinsaldato l’alleanza tra Usa, Arabia Saudita e Israele in chiave anti-Iran. A Israele (quello di Netanyahu, per essere più precisi) ha regalato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale indivisibile dello Stato ebraico e del Golan come territorio israeliano. A dispetto del diritto internazionale, insomma, ha trasformato i territori occupati in proprietà di Israele. Poi ha prodotto un «piano di pace» che in sostanza prefigura l’annichilimento dei palestinesi. All’Arabia Saudita ha fornito armi, copertura politica e militare totale (dai bombardamenti nello Yemen all’assassinio del giornalista Kashoggi) e soldati (quasi 3 mila in più nel solo 2019).

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