I 5 Stelle
indeboliti
Conte a metà
del guado

Nella guerra di carta bollata che lacera il Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte ha segnato un punto su Davide Casaleggio jr e sull’Associazione «Rousseau»: il Garante della privacy ha infatti ingiunto a quest’ultima di consegnare entro cinque giorni al M5S la lista degli iscritti che detiene. L’ordine è perentorio ma non è detto che la contesa finisca qui: cavillo dopo cavillo, adesso Casaleggio denuncia di non sapere a chi consegnare quelle liste dal momento che un tribunale della Repubblica, quello di Cagliari, ha sentenziato che il reggente Vito Crimi non è più il legale rappresentante del Movimento, e dunque sta studiando qualche altra carambola da avvocati

. Così il tempo passa, la leadership (mai votata ma solo benedetta da Grillo) di Conte si sfinisce e si sfibra in questi velenosi pasticci legali, si alimentano i sospetti di un «sorpasso» interno da parte di Di Maio (sdegnate smentite), si rafforza il malumore delle infinite correnti di deputati e senatori che sentono di contare sempre meno nel governo e in Parlamento, e si finisce per portare acqua al mulino dei dissidenti radicali, quelli con un piede dentro e un piede fuori della porta, i Di Battista, Toninelli, Lezzi, Morra, ecc. ogni giorno pronti ad andarsene con la ventilatissima scissione ma che pure ancora sono rimasti saldamente seduti al loro posto.

Nel frattempo, si scopre che l’appello lanciato da Conte ai deputati e senatori grillini (237) perché finanzino (con mille euro) il «nuovo» movimento è andato penosamente semi-deserto: solo in 78 hanno versato la quota entro la data di scadenza del 30 aprile. Una specie di fiasco per l’avvocato pugliese che è troppo impegnato nelle diatribe interne e con Casaleggio per poter esercitare il suo ruolo di capo (?) politico di uno dei partiti di maggioranza. Enrico Letta e Matteo Salvini si disputano da settimane il ruolo di lord protettore di Draghi - il quale peraltro se ne infischia di avere protezione - e si annettono decisioni prese da Palazzo Chigi (autonomamente e con informativa a cose fatte) ma Conte neanche questo teatro riesce a fare: neanche un «vertice» a due col presidente del Consiglio a favore di telecamera, se non altro per dimostrare a tutti che anche i pentastellati contano qualcosa nella compagine ministeriale. Risultato: fin quando Conte resterà in mezzo al guado non ci sarà spazio per protagonismi politici, e tutto il campo sarà impegnato dagli altri. Non solo: Draghi sta smantellando pezzo a pezzo tutto il sistema di potere messo in piedi dal M5S nei due precedenti governi di cui ha fatto parte in questa legislatura: gli uomini scelti dal M5S per le poltrone che contano (commissario alla pandemia, servizi segreti, Cdp, Ferrovie, ecc.) vengono a uno a uno accompagnati all’uscita, e oltretutto il gran ballo delle nomine deve ancora entrare nel vivo.

Ecco perché Di Maio sembra riscaldarsi a bordo campo, e la sua uscita sul «Foglio» con cui chiedeva scusa per la campagna manettara attraverso la quale i grillini aggredirono il sindaco Pd di Lodi, l’altro giorno assolto in secondo grado perché «non sussiste» il reato (turbativa d’asta) addebitatogli cinque anni fa con grande clamore mediatico. La mossa dimaiana è apparsa come un modo per accreditarsi ulteriormente come elemento organico al sistema istituzionale mentre la piccata reazione di Conte («Non rinnegheremo le nostre convinzioni») è stata letta come un’altra puntata della gara non dichiarata per il primo posto al vertice di partito. Certo entrambi smentiscono che questa gara venga disputata e si rendono sicuramente conto che oggi un M5S così indebolito e disorientato non reggerebbe una guerra civile tra due consoli. Però la politica è fatta anche di questo, di duelli combattuti sul ciglio del burrone.

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