I cambi di casacca minano la fiducia

In ogni democrazia il principio dell’universalità del diritto di voto è uno dei pilastri. Vale sia per chi esercita il diritto di voto, quanto per chi (salvo impedimenti previsti dell’ordinamento) si prefigge di essere eletto. Lo ricordava, giorni fa, con la sua ammirevole compostezza, Lucio Caracciolo, sostenendo che il fatto che un «bibitaro» potesse divenire ministro degli Affari esteri non è affatto uno scandalo, ma costituisce un elemento sostanziale delle vere democrazie.

I cambi di casacca minano la fiducia
Luigi Di Maio

Questo principio dovrebbe essere placidamente assunto come ovvio. Che poi in Parlamento vengano eletti cittadini privi di qualsiasi conoscenza delle regole basilari, necessarie per l’esercizio del loro mandato è questione che riguarda l’elettorato. In Italia il fenomeno ha assunto vette inusuali e, in qualche modo, impreviste con il trionfo elettorale del Movimento Cinque stelle. Da quel momento il problema avrebbe dovuto interessare quella forza politica, chiamata a gestire le sorti del Paese con persone sprovviste delle competenze necessarie e dell’esperienza per governare. Ad essi serviva un bagaglio che si può riassumere nella riflessione di Max Weber: la politica come professione. Quasi nessuno di essi poteva dirsene munito e i progressi di alcuni non sono riusciti a trasformare un movimento di protesta «antisistema» in una forza politica attrezzata a governare. La sintesi forza «di lotta e di governo» è rimasta una mera utopia, un inutile slogan.

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