Il brusco risveglio dei mercati finanziari

È un brusco risveglio quello dei mercati finanziari. Finisce miseramente un decennio straordinario, nel senso letterale di al di fuori dell’ordinario, di tassi di interesse bassissimi o negativi e di creazione abbondantissima di base monetaria. L’inflazione si è affacciata prepotentemente sullo scenario economico e le Banche centrali, non solo quella europea, hanno finalmente reagito, forse anche troppo.

Le conseguenze, che come cantava Lucio Battisti «spesso fan soffrire», sono sotto gli occhi di tutti: le Borse mondiali sono calate del 12% dall’inizio dell’anno, quella di Milano del 18%, il Nasdaq, impropriamente detto il listino tecnologico, di quasi il 30%. Il Btp decennale che valeva 105 euro per ogni 100 di nominale all’inizio dell’anno oggi è sceso a 83, livello a cui corrisponde un rendimento a scadenza del 4%. Il differenziale rispetto ai titoli tedeschi è oltre i 240 punti, oltre il doppio rispetto a gennaio.

Riepiloghiamo gli eventi recenti. Sul finire dello scorso anno la ripresa dell’attività produttiva ha determinato un aumento del costo dell’energia. Le strozzature nelle filiere produttive, la carenza di componenti, imballaggi e trasporti hanno contribuito a far lievitare alcuni prezzi. A febbraio la guerra in Ucraina ha acuito le tensioni sui costi energetici mentre la linea durissima della Cina nel controllo della flebile pandemia interna aggiungeva altri fattori perturbativi dei prezzi. Le Banche centrali di tutto il mondo avevano erroneamente giudicato temporanea l’inflazione e quindi non avevano adottato correttivi tempestivi. Oggi hanno capito che il fenomeno non è transitorio e va contrastato anche con gli strumenti tradizionali: aumento dei tassi di interesse e riduzione della quantità monetaria.

I mercati hanno reagito malissimo alla nuova linea di politica monetaria per due ragioni. Intanto diffidano della capacità delle Banche centrali di contrastare efficacemente l’inflazione, visto che non sono state pronte nell’affrontarla e ora stanno sovrareagendo. In secondo luogo i mercati temono che questa restrizione monetaria aggravi i rischi di recessione indotti dalla complessa situazione generale: i problemi nelle filiere produttive e la guerra.

La situazione italiana è peculiare perché ai motivi di crisi già descritti si aggiunge la vulnerabilità indotta dal nostro grave debito pubblico. Da un lato l’inflazione ne agevola la sostenibilità perché il Pil cresce a valori nominali, gonfiati dall’inflazione, mentre il debito si rimborsa a valori nominali. Dall’altro però la fine dell’acquisto illimitato di titoli di Stato da parte della Bce rende più difficile e più costoso il collocamento dei Btp. Questa vulnerabilità si traduce in maggior rischio per gli investitori che, per compensarlo, richiedono un plus di rendimento rispetto a titoli più sicuri come quelli tedeschi: il famoso spread.

Come si affronta un quadro così complesso? Due sono le direttrici fondamentali: compiere scelte orientate all’equilibrio di medio periodo, quindi ignorare i picchi di inflazione o di rallentamento dell’economia nel breve periodo; non illudersi che la politica monetaria abbia poteri miracolosi. Sarebbe sbagliato pensare che sia ancora la Bce a sistemare i nostri guai mentre dobbiamo procedere a raddrizzare le cose a casa nostra: smettendo di buttare via soldi in bonus e misure assistenziali dispersive per concentrarle su investimenti strutturali. E accompagnando tutto questo con una vera riforma della pubblica amministrazione la cui inefficienza sta rendendo difficile perfino spendere i tanti soldi che l’Europa ci ha messo a disposizione.

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