Il governo impantanato
L’autunno preoccupa

A Villa Pamphilij tutti hanno potuto vedere un governo che promette molte cose anche molto solennemente ma riesce a realizzarne assai poche. L’ultimo atto è stato il più esemplificativo: il presidente del Consiglio che annuncia come cosa fatta la diminuzione dell’Iva per rilanciare i consumi e il suo ministro del Tesoro che lo smentisce insieme al segretario del Pd mentre i 5 Stelle assistono gelati alla scena. Sembra che Paolo Gentiloni a Bruxelles abbia dovuto fare salti mortali per spiegare a Ursula van der Leyen che Conte ipotizzava, quasi scherzava. Anche perché i cosiddetti «Paesi frugali» dell’Europa tengono durissimo sull’accordo sul Recovery Fund e il ministro degli Esteri dei Paesi Bassi Blok si è spinto a Roma per ripetercelo in faccia con franchezza nordica. Figuriamoci se gli andiamo a dire che abbassiamo l’Iva.

«Niente debiti in comune» ripetono gli olandesi, i danesi, i finlandesi e i nostri vicini austriaci. Le opposizioni, che hanno i loro guai, hanno da fare ben poco per giovarsi dell’immobilismo del governo: è come aspettare che cada dall’albero la pera matura. Persino Zingaretti ha perso la pazienza e ha parlato di «tafazzismo», evocando il mitico personaggio che esemplifica la sinistra che si punisce da sola. Il segretario del Pd insiste perché Conte chiuda almeno qualcuno dei troppi dossier aperti: dall’Ilva alla Alitalia alla Società Autostrade. Ma mentre lui parla Conte rinvia a settembre il piano di riforme da presentare a Bruxelles e che doveva scaturire dalle sorgenti di Villa Pamphilij (che invece sono rimaste a secco). E poi slitta il decreto semplificazioni perché Pd e M5S non sono d’accordo sulla riforma del Codice degli appalti (firmato a suo tempo da Delrio) e si rinvia anche la modifica dei decreti sicurezza di Salvini che i grillini vorrebbero mantenere quasi come sono e che il Pd invece chiede di azzerare.

Conte è un maestro nel parlare schivando qualsiasi ostacolo, nel prendere tempo, nel diplomatizzare ogni conflitto, ma ormai in tanti nella maggioranza si rendono conto che questa tattica di galleggiamento serve soltanto a lui, al presidente del Consiglio, ma espone il governo ad uno scontro con il pesantissimo autunno che ci aspetta senza aver preso uno straccio di vera contromisura. E così crescono i malumori verso Palazzo Chigi e si moltiplicano le voci di una congiura ai danni dell’avvocato pugliese per sostituirlo prima che sia troppo tardi. Si segnala l’attivismo sia di Renzi che di Di Maio.

Nel frattempo il governo ha visto ancora assottigliarsi la sua maggioranza al Senato con le ennesime fuoriuscite dal gruppo grillino: la senatrice in questione andrà alla Lega come prima di lei hanno già fatto altri tre suoi colleghi. A Montecitorio un’altra ribelle si è iscritta al gruppo Misto. Far passare i provvedimenti a Palazzo Madama sarà sempre più difficile, e questo aumenterà l’immobilismo.

A settembre si guarda con preoccupazione non solo per la situazione sociale ed economica che ci aspetta ma anche per l’appuntamento elettorale: sei Regioni andranno al voto. Il centrodestra ha finalmente chiuso l’accordo sui candidati e a questo punto può finalmente marciare unito, il centrosinistra allargato al M5S invece è diviso ovunque. «Dobbiamo cambiare l’Italia insieme e non riusciamo neanche a fare l’alleanza per il Comune di Barletta» si è sfogato Zingaretti che vede anche la sua poltrona a rischio: una clamorosa sconfitta il 20 settembre alle regionali metterebbe in mora un governo già indebolito dalla propria impotenza. A quel punto si riaprirebbero tutti i giochi ma nel contesto peggiore.

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