In Abruzzo segnali d’allarme per i 5 Stelle e la Lega

ITALIA. No, non è stato come la Sardegna. Certo perché in Abruzzo ha vinto il centrodestra e non il «campo largo» delle sinistre.

Ma soprattutto perché in Sardegna tra la vincitrice Todde (M5S) e il meloniano Truzzu ballavano poco più di mille voti a vantaggio della prima, mentre in Abruzzo a vantaggio del governatore uscente Marco Marsilio sullo sfidante Luciano D’Amico ce ne sono stati ben 42mila. Se insomma a Cagliari è stata una vittoria risicatissima, all’Aquila la battaglia si è risolta in un risultato netto, indiscutibile.

Questo significa una sola cosa: che la speranza che la destra già mostrasse i segni di un incipiente declino si è rivelata fallace, sproporzionata, qualcosa che scambiava il desiderio con la realtà. L’ulteriore dimostrazione: la sinistra sperava di convincere gli indecisi e gli astenuti e portarli dalla propria parte: non c’è riuscita, l’affluenza alle urne è persino leggermente diminuita. Seicentomila abruzzesi non si sono mossi. È vero che D’Amico ha migliorato di parecchio il risultato del suo predecessore (Giovanni Legnini) che alle altre regionali perse per quasi venti punti: oggi la distanza è di circa otto per cento. Ma la verità vera è che il «vento sardo» non spira, e quindi tutti i conti vanno rifatti.

Come dice Prodi: se il campo è largo ci vogliono tanti contadini, e quelli che sono riusciti a radunarsi non sono bastati. Ciò porta a pensare che il partito più penalizzato da questa elezione, il M5S di Giuseppe Conte (solo il 7,7 per cento rispetto al 20,3 dei democratici), tornerà a pensare che avvicinarsi troppo al Pd non conviene, e che se fa la figura del socio di minoranza gli elettori se ne vanno altrove; dunque, che l’alleanza è possibile solo se si fa come dice lui (vedi Todde) e si fa finta di non vedere le numerose divergenze politiche tra Pd e 5S a cominciare dall’Ucraina. Si dice infatti in queste ore che l’accordo in Basilicata, dove si vota in aprile, possa essere chiuso definitivamente.

Quanto al Pd, il suo candidato perde ma il partito segna un 20 per cento rassicurante, che lo pone al secondo posto della classifica generale e al primo di quella dell’opposizione: per Schlein è un’assicurazione sulla vita che varrà almeno fino a giugno, alle Europee.Altro campo, quello dove si brinda alla vittoria. Giorgia Meloni allontana da sé il fantasma di un governo già logorato e in crisi di consenso nei suoi stessi fortini, dove invece stravince, e può guardare alle Europee di giugno con la ragionevole certezza di rafforzarsi mediante la sua candidatura in tutte le circoscrizioni. Quanto a Salvini, in Abruzzo ha preso la metà dei voti di Forza Italia come era già successo in Sardegna (salvo contare anche i voti per Solinas), e questi sono numeri che la vittoria della coalizione non può cancellare, una crisi che c’è e che porta il Carroccio a un livello fin troppo lontano dalla quota elettorale di Fratelli d’Italia e persino di Forza Italia.

Antonio Tajani, elettrizzato dal 13,4 raccolto in Abruzzo, ha dichiarato che il suo obiettivo per giugno è raggiungere e forse superare il 10 per cento: magari ci riesce. Se fosse, la Lega finirebbe al terzo posto tra gli alleati di governo, una collocazione che Salvini non potrà mai accettare. È probabile dunque che il ministro dei Trasporti nei prossimi mesi accentui quella «campagna di visibilità» che rende costantemente fibrillanti gli equilibri nel centrodestra. Una situazione che innervosisce la premier che evidentemente aspetta proprio l’appuntamento con le Europee per cercare di sistemare le cose. È pur vero che l’esperienza le consiglia cautela: quando ha imposto il nome di Truzzu a un recalcitrante Salvini, ha poi dovuto pagare un pegno piuttosto pesante.

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