La carceri
tra violenza
e risposte

Da 40 anni non si assisteva ad una rivolta nelle carceri italiane così estesa e violenta. I detenuti dalla metà degli anni ’80 e dalla riforma Gozzini, hanno trovato mezzi e canali diversi per far sentire la propria voce. La miccia dei tumulti sarebbero stati i provvedimenti contro il coronavirus adottati dal governo per i 198 penitenziari: i colloqui con i familiari (attualmente 8 al mese più quelli premio) sostituiti da telefonate (in tempi ordinari una al mese di 10 minuti) e incontri via Skype (nelle carceri che sono attrezzate), limitazioni a permessi e libertà vigilata.

Ieri il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in Parlamento ha fatto il punto della rivolta nei 22 penitenziari: ha parlato a ragione di «atti semplicemente criminali» che sarebbero però «ascrivibili a una ristretta parte dei detenuti (6 mila, il 10%, ndr)». Il bilancio è di 12 carcerati morti (9 a Modena e 3 a Rieti, tutti per overdose da farmaci rubati nelle infermerie), 40 agenti feriti, 16 detenuti evasi da Foggia. Per la rivolta nel carcere pugliese c’è il sospetto di una regia occulta mafiosa. Nelle repliche al Guardasigilli, Italia Viva e Leu hanno chiesto le dimissioni del capo del Dipartimento delle carceri Francesco Basentini, per non aver saputo prevedere né gestire i tumulti.

Fin qui la rivolta. Il pm di Milano Alberto Nobili, che ha incontrato i detenuti che protestavano sul tetto del carcere di San Vittore, è convinto che «hanno colto l’occasione di questo momento per rivendicare trattamenti carcerari migliori, a partire da una diminuzione delle presenze». Il sovraffollamento è un fenomeno potenzialmente esplosivo, che la politica negli ultimi anni ha sottovalutato: il tasso di affollamento ufficiale medio è del 121% (61.230 reclusi a fine febbraio per 50.931 posti), con picchi del 202% a Como e Taranto. Nel 27,3% degli istituti i detenuti hanno meno di tre metri quadrati di superficie calpestabile a testa, condizione che viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e per la quale l’Italia ha già subito una condanna. Ci sono celle nelle quali in due metri quadrati si sommano doccia, lavandino, water e dispensa. Pensare di contrastare il coronavirus in queste condizioni è arduo. Solo lunedì scorso è stato annunciato l’arrivo nei penitenziari di 100 mila mascherine e 80 tende per lo screening. La condizione di vita porta talvolta a scelte estreme anche tra il personale di sorveglianza, perché diventa psicologicamente difficile reggere la gestione umana di persone sempre in tensione: nel 2019 si sono suicidati 53 detenuti mentre circa 100 agenti penitenziari si sono tolti la vita negli ultimi 10 anni.

Come uscirne? Innanzitutto c’è un paradosso: calano i reati ma aumentano i detenuti, un terzo dei quali tossicodipendenti che dovrebbero essere accolti in comunità, così come i carcerati psichiatrici. Il 40% invece è in attesa di giudizio e secondo la media storica la metà verrà assolto. Amnistie e indulti, che hanno l’appoggio di qualche parlamentare, sono altamente impopolari. La Camera penale di Milano propone la scarcerazione di 8.500 persone ormai vicine alla fine della pena. La Garante delle vittime di reati, Elisabetta Aldrovandi, chiede invece l’utilizzo di 38 penitenziari costruiti e mai utilizzati.

Mentre i magistrati indagano per punire come meritano i capi della rivolta, va ricordato che per l’articolo 27 della Costituzione «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Un dato andrebbe mandato a memoria: chi trascorre l’intera pena in carceri spesso criminogene, ha una recidiva (il ritorno a compiere reati) del 70%, chi gode di pene alternative (lavoro esterno, domiciliari) del 20%.

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