La Brexit incagliata
chi paga il conto

Dopo mille e più giorni dalla fatale Brexit del 23 giugno 2016 non resta che pregare. Una cosa è chiara: secondo i trattati europei la Gran Bretagna non può pretendere una proroga. La può solo chiedere . E l’interlocutore, cioè l’Unione Europea, può dire di no. Sarebbe il desiderio dei francesi che con Macron sono diventati Brexiteers ancor più dei sudditi di Sua Maestà che hanno votato per il «Leave» cioè per uscire dall’Unione Europea. Brexit è Brexit dice l’ inquilino dell’Eliseo e la candidata del suo partito alle elezioni europee Nathalie Loiseau non ha mezze parole: se ne devono andare.

Ai«mangia rane», come vengono chiamati sull’isola gli abitanti dell’ esagono, non par vero: si realizza il desiderio di De Gaulle. Un’Europa unita, ma nel segno della Francia. E questo spiega perché dalle parti di Berlino ci si confidi con gli olandesi amici da sempre dei britannici. Si dice che Angela Merkel e Mark Rutte vogliano una dilazione ad ogni costo: dovesse durare anche dieci anni. All’interno di questi due campi si gioca la partita al vertice straordinario del 10 aprile quando i 27 capi di Stato di governo dovranno decidere se concedere ai britannici altro tempo per trovare un accordo.

L’alternativa sarebbe il cosiddetto «no deal» cioè un’uscita brusca senza accordi di alcun genere. Un’ipotesi che getta nel terrore i signori del denaro delle Borse, per loro vorrebbe dire perdite enormi per effetto del crollo della sterlina e della inevitabile recessione economica. Questo soprattutto a Londra e dintorni. Anche gli altri Stati europei ne risentiranno, ma certamente meno che i britannici. I tedeschi si sa sono quelli che perderebbero di più in ragione delle forti esportazioni in un Paese che con Margaret Thatcher ha detto addio all’industria manufatturiera e si è buttata sui servizi e sulla finanza. Chi ha avuto modo di girare per la Gran Bretagna si è reso conto che la Londra, di cui molti italiani sognano, diventa un incubo per chi non vive nella capitale. Il forte gap sociale tra città e campagna, fra classi benestanti e popolo minuto è una caratteristica della patria del welfare di un tempo. Ed è probabilmente una delle cause del risentimento verso l’Unione Europea colpevole ai loro occhi di non aver affrontato la nuova povertà seguita ai mutamenti globali dell’economia. Così ci si gingilla con la grandezza perduta nella speranza di poterla ritrovare a sovranità compiuta, quando non ci saranno più legami con la terraferma.

L’America di Donald Trump si è immediatamente offerta a sostenere la Gran Bretagna in caso di un’uscita selvaggia, il cosiddetto «crash out». Condivide con i britannici l’avversione alla Germania. Non si capacitano queste due potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale di dover venire a patti con un’economia molto più in salute della loro. Il tramonto dell’egemonia anglosassone nel mondo non è solo esclusiva della ridimensionata vecchia Albione. Tormenta anche gli yankee di Trump, come sta a dimostrare la «rust belt» ovvero la cintura del degrado industriale americano e la crisi dell’auto made in Usa. Come sempre succede nei momenti difficili le due sponde dell’Atlantico si riavvicinano. Mostrarsi duri nella trattativa e rifiutare una proroga potrebbe rivelarsi per l’Unione un autogoal. Compatterebbe i britannici e li convincerebbe della ragione che li ha spinti alla Brexit. La voce grossa di Macron fa da spauracchio e offre spazi di ulteriore trattativa al delegato di Bruxelles Michel Barnier. I 27 sono uniti. Perennemente in lite ma uniti. Anche i sovranisti alla Orban stanno al gioco. Chi esce paga e i cocci sono suoi. È questa la vera lezione della Brexit.

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