La cattura del boss: connivenze e latitanza

L’arresto di Matteo Messina Denaro è, senza dubbio, un successo dello Stato nei confronti della mafia, che ha sempre avuto l’ambizione di presentarsi come anti-Stato. In due modi tra loro intrecciati: da un lato l’impunità per i reati commessi e l’inafferrabilità dei boss che, di volta in volta, si sono succeduti, anche dopo faide interne tra le sue molteplici componenti.

Dall’altro, come «onorata società» (come la mafia amava definirsi in tempi passati) che assume il ruolo di protezione e di sostegno alle fasce meno protette della società e più facilmente catturabile attraverso la mistificante immagine di un’organizzazione vicina ai deboli e agli emarginati.

Nessuno mette in dubbio l’esemplare valore del lavoro di forze dell’ordine e magistratura. Tanto le une quanto l’altra hanno pagato con il sangue e con il sacrificio estremo la loro dedizione allo Stato e la loro aspirazione a piegare il fenomeno malavitoso, per riscattare una terra (la Sicilia in particolare) ingiustamente accomunata alla malavita organizzata. Ferme queste condizioni e senza mai perdere di vista il tributo che si deve a tutti coloro che hanno pagato con la vita il loro spingersi senza risparmio nella lotta contro la malavita, occorre porsi alcune domande, partendo proprio dalla cattura del boss dei corleonesi. La prima è quasi banale: come è possibile che Matteo Messina Denaro abbia potuto eludere la cattura per trent’anni, pur circolando (come sembra essere certo) sulla sua terra natale? La risposta a tale angoscioso quesito non è semplice. E non può nemmeno essere univoca. Alla lunghissima latitanza hanno contribuito attori e fattori diversi. L’attore principale dell’impasse è - duole dirlo - il ceto politico. Non ci si riferisce qui a soggetti che si è scoperto essere collusi con la mafia, quanto piuttosto all’insufficiente attuazione di policies orientati a smantellare il circuito clientelare e di soggezione sul quale la mafia ha imperato. Basti l’esempio della generale Carlo Alberto Dalla Chiesa la cui tragica sorte venne favorita dall’isolamento sia in sede locale sia nelle strutture centrali di governo. Non meno torbide le circostanze delle stragi nelle quali persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, insieme alle loro scorte.

Come è noto, Matteo Messina Denaro è stato, insieme e dopo Totò Riina, il fautore dell’attacco allo Stato attraverso le stragi. L’insostenibilità di tale strategia ha spinto la mafia a trasformarsi in una potentissima holding. In essa i proventi del malaffare sono stati progressivamente utilizzati per introdursi nell’economia legale. La mafia degli «affari» ha preso piede, insinuandosi nei settori più disparati del sistema economico, privilegiando il mondo degli appalti pubblici. Non v’è dubbio che tela trasformazione dovesse basarsi principalmente su un accurato meccanismo di corruzione. E, naturalmente, laddove ci sono i corruttori, devono esserci i corrotti. Rispetto alla corruzione «normale» quella mafiosa si basa anche sull’intimidazione oltre che sulle mazzette. Ovvero, agisce in parallelo con entrambi gli strumenti. È in questo contesto di fattori e di attori che occorre guardare alla cattura del boss dei corleonesi.

La sua trentennale latitanza può essere spiegata soltanto se si guarda al sistema di connivenze e al clima di soggezione del quale Messina Denaro ha potuto godere. La mafia tende ad alimentare una sorta di welfare parallelo a quello statale. Bocche cucite, sguardi che non vedono, soldi usati per corrompere e intimidire, rappresentano una delle sponde della mafia. Atteggiamenti che hanno permesso ad un latitante di muoversi indisturbato a Palermo, di farsi operare in una clinica della città, di recarsi ripetutamente a curarsi senza che nessuno se ne accorgesse. Del resto, rispondere con semplicità ad un carabiniere «mi chiamo Matteo Messina Denaro» spiega molte cose.

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