La Chiesa cosciente
del male cambia passo

Non tutti saranno soddisfatti e qualcuno dirà che il summit sugli abusi sessuali e la protezione dei minori ha fallito la sua missione, perché ancora non è chiaro cosa sia in realtà la «tolleranza zero» e in quali norme essa verrà tradotta. La stampa anglosassone ha già aperto il fronte. Eppure la questione non riguarda solo norme più severe, certezza del diritto, chiarezza delle procedure e delle sanzioni. Il punto principale e cruciale è l’assunzione di responsabilità, insomma la consapevolezza del male. Il summit è servito a renderla più evidente e da adesso in poi nessun vescovo può dire che il problema non lo riguarda.

È stato un evento senza precedenti, una presa d’atto pubblica sul fatto che la vicenda degli abusi sui minori commessa da sacerdoti e vescovi, ha bisogno di risposte che vadano al di là delle pur assolutamente necessarie norme giuridiche e di procedura interne alla Chiesa. Insomma non basta allontanare i preti e i vescovi dal ministero. Né è sufficiente colpire in alto come è stato fatto nel caso McCarrick, l’ex cardinale di Washington, prima privato della porpora e poi addirittura «spretato» dal Papa o nel caso del cardinal George Pell, ex «ministro del tesoro» vaticano, membro del Consiglio dei cardinali, che Bergoglio non ha esitato a rimandare in Australia a difendersi in tribunale, dove forse verrà condannato.

Neppure ci si deve accontentare di processi canonici più rigorosi, come ha giustamente chiesto il cardinal Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi. L’importanza del summit sta per prima cosa nel fatto di averlo convocato. Qualcuno nei giorni dei lavori ha lamentato che esso è arrivato tardi e doveva essere convocato prima. È vero. Ma perché? È mancata la coscienza globale della tragedia e quando la coscienza manca anche i mezzi per risolvere i problemi arrivano tardi. Per troppo tempo la Chiesa ha vagato attorno all’argomento spaesata e senza leadership. Si è considerata una cittadella assediata dai media, ha considerato le vittime un nemico che sfidava la Chiesa e che poteva essere messo a tacere con un pugno di denari. Così lo scandalo è diventato una montagna impossibile da scalare. Benedetto XVI ha predisposto norme, ha detto primo fra tutti «io mi vergogno», sperava che tutta la Chiesa lo seguisse. Ma non è accaduto. Si è dimesso anche per questo? Francesco non ha avuto esitazioni e ha coinvolto l’intero episcopato. Ma soprattutto ha sfilato dall’emergenza la questione. Ieri Bergoglio ha spiegato che il problema è strutturale, non solo disonora la Chiesa, ma disonora il Signore. I giorni del summit sono serviti a questo scopo e a cambiare passo: «Il santo timore di Dio ci porta ad accusare noi stessi, come persone e come istituzione, e riparare le nostre mancanze».

Ma questo può avvenire solo se si ha coscienza del male. Altrimenti ogni «best practice» verrà resa vana. Non sappiamo se sarà la volta buona, per uscire finalmente dall’atteggiamento difensivo e assolutorio a cui abbiamo assistito fin qui. Negli Stati Uniti nel 1992 venne pubblicato un libro «Catholic priest and the sexual abuse» che faceva un’analisi severa del fenomeno e anni prima venne fondata negli Usa una congregazione «I servi del paraclito» per occuparsi di preti predatori e di sacerdoti in difficoltà. In qualcuno la consapevolezza c’era, anni e anni prima della denuncia della «sporcizia» di Joseph Ratzinger. Il summit chiuso ieri ha spiegato finalmente cosa si è inceppato: la presunzione clericale di privilegiare l’istituzione alle persone, la reputazione all’amore. E la Chiesa è diventata la peggior nemica di se stessa. Ma è anche la Chiesa che da ieri ha deciso che non può più fallire.

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