La famiglia  è il vero luogo  di fraternità

La famiglia
è il vero luogo
di fraternità

Pubblichiamo l’omelia che il vescovo Francesco Beschi ha tenuto al Pontificale per la festa di Sant’Alessandro.
Celebriamo la festa di Sant’Alessandro martire, nostro patrono, nel segno delle parole di Gesù, appena ascoltate: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi». Il martirio dei cristiani è caratterizzato non soltanto dalla fede, ma anche dall’amore, che allarga il suo orizzonte fino a raggiungere i nemici. Il martirio dei cristiani non è mai contro: come Gesù, anche i discepoli uniscono alla testimonianza di fede in Dio, quella dell’amore per tutti. Da questo amore, scaturisce la possibilità reale di riconoscere e vivere la fraternità nei confronti di ogni persona. Essa, non è soltanto l’esito della comune appartenenza alla specie umana, della comunanza di origini e di destino; non è neppure il tentativo di arginare la nostra bestialità istintiva per cui, a differenza di tutte le altre specie viventi, possiamo diventare belve per altri esseri umani: la fraternità cristiana viene alimentata dall’amore e da quell’amore che ha assunto il volto di Cristo. «Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amato». I cristiani sono portatori di questo contributo all’attesa che ogni uomo porta nel cuore, a volte nascosta o dimenticata, a volte addirittura tradita, irrisa e disprezzata. D’altra parte non possiamo dimenticare che la storia della fraternità comincia con un delitto, un fratricidio.

Da allora, con frequenza impressionante sono risuonate nella vita e nella storia degli uomini le parole di Caino: «Sono forse io, il custode di mio fratello?». Ancora oggi, in nome di una precedenza, di una primogenitura, di un primato, di un’esclusività, queste parole risuonano drammatiche, al punto da diventare autentiche condanne a morte per coloro che non riconosciamo come fratelli e infine, come persone umane. Il dramma del rifiuto o della sottovalutazione della fraternità in termini sociali, ha progressivamente indebolito anche la forza della giustizia, dell’uguaglianza, della libertà e della solidarietà. Non per nulla, le parole dell’apostolo Giovanni suonano tremende e severissime: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida, e voi sapete che nessun omicida possiede in se stesso la vita eterna».

Sorge allora la domanda: chi è mio fratello? perché un estraneo dovrebbe essere mio fratello? È una domanda legittima, che merita una risposta adeguata. Le grandi Dichiarazioni dei Diritti dell’uomo hanno indicato il valore della «fraternità universale», ma non riescono ad alimentarla: uguaglianza, giustizia e libertà, seppur parzialmente, possono essere garantite dalla legge, non così la fraternità. Emblematica rappresentazione della «evanescenza» della fraternità, ci viene offerta nel magnifico racconto di Joseph Roth «Il santo bevitore». Il primo dialogo narrato, vede il protagonista incontrare uno sconosciuto che gli rivolge un particolare saluto a cui il «barbone» risponderà icasticamente disegnando la condizione dell’uomo contemporaneo. «Era, come si è detto, già sera, e sotto i ponti, in riva al fiume, faceva più buio che sopra, sui ponti e sul lungo Senna. Il vagabondo dall’aspetto malconcio barcollava un po’. Sembrava non si accorgesse dell’anziano signore ben vestito. Costui invece, che non barcollava affatto ma veniva avanti dritto con passo sicuro, si era evidentemente già accorto di lontano dell’uomo barcollante. Il signore maturo sbarrò addirittura il passo all’uomo malconcio. Entrambi si fermarono, l’uno di fronte all’altro. “Dove va, fratello?” chiese l’anziano signore ben vestito. L’altro lo guardò un momento, poi disse: “Non sapevo di avere un fratello, e non so dove la strada mi porta”». È la condizione che oggi più di ieri sperimentiamo: l’ignoranza della fraternità e della sua concreta esperienza, accompagnata da uno smarrimento che ci impedisce ogni meta. Stiamo assistendo ad una degenerazione che lascia emergere preoccupanti forme di disprezzo, di razzismo e discriminazione che non possiamo né dobbiamo sottovalutare e tanto meno giustificare.

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