La guerra a suon di dazi è più seria di quanto sembri e porta dritti alla recessione
Donald Trump

La guerra a suon di dazi è più seria di quanto sembri e porta dritti alla recessione

Le guerre moderne, ai giorni nostri, si fanno coi dazi. Di sicuro è molto meglio che con i cannoni e le bombe nucleari, ma non per questo la situazione è così pacifica come sembra a prima vista. Pare che lo scontro a suon di tariffe che gli Usa e la Cina stanno combattendo porterà a una sanguinosa recessione mondiale, foriera, come tutte le recessioni, di miseria e dolori. Le Borse tremano, perchè i mercati sono nemici delle tariffe doganali e a favore del libero scambio. E soprattutto hanno capito che la faccenda è maledettamente seria.

L’ultimo atto è del regime cinese, forse infastidito per le dichiarazioni della Casa Bianca contro la repressione a Hong Kong o, forse speranzoso che alle prossime elezioni ci sarà un avvicendamento alla presidenza. Nel secondo caso è una vana speranza, poiché persino i democratici da quelle parti hanno assunto posizioni protezionistiche. Pechino ha imposto comunque una stangata su 75 miliardi di dollari per un totale di 5.078 prodotti made in Usa.

La risposta di Donald Trump, dal vertice di Biarritz, non si è fatta attendere: il presidente ha risposto con forza annunciando nuove tariffe fino al 30 per cento per alcuni prodotti made in Cina. È saltata così la tregua di primavera, che avrebbe dovuto giovare a entrambe le superpotenze economiche. Trump, al solito, non ha avuto pietà per nessuno, arrivando a mettere sullo stesso piano i «nemici» Xi Jinping e il governatore della Federal Reserve, la «colomba» Powell, contrario a un eccessivo protezionismo in nome del libero mercato.

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