La politica del rinvio non regge all’infinito
Il premier Giuseppe Conte

La politica del rinvio
non regge all’infinito

Il ruolo fa spesso il carattere. Così è stato per Conte. Proposto premier dai Cinquestelle come la punta di lancia contro la casta dei politici, l’avvocato del popolo ha fatto presto di necessità virtù. Costretto a mediare tra partner bellicosi, ha finito per reinventarsi il ruolo di vigile custode del potere, tanto da essere considerato da molti la stessa personificazione del democristiano, il politico che della conservazione del potere faceva la sua regola di vita. «Meglio tirare a campare che tirare le cuoia» – rispondeva Giulio Andreotti a quanti lo accusavano di ricorrere alla tattica del rinvio pur di non mettere a repentaglio la tenuta della maggioranza. Per il suo cinismo si procurò così la nomea di Belzebù. Ma la sua colpa era solo di dire quello che tutti i suoi compagni di partito – da Rumor allo stesso Moro, con la sola eccezione di Fanfani – facevano regolarmente.

Della Democrazia cristiana «condannata a governare» (come con falso spirito di sacrificio cercava di giustificare la sua ininterrotta permanenza alla guida del Paese) Conte è diventato un emulo coscienzioso. Invece del fare, ha fatto del rinvio la regola di vita, traendone – bisogna riconoscere – sino a oggi grande profitto. Senza un proprio partito e senza una legittimazione elettorale, si è guadagnato non solo un ruolo, ma anche una popolarità di cui nessuno pensava potesse essere capace. Almeno sino a oggi, perché non è affatto detto che gli riesca di ottenere anche in futuro gli stessi brillanti risultati.

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