La prova del governo fatale per i grillini
Ora stanno perdendo l’anima

Gli equilibri politici italiani sono così precari che basta poco per metterli in crisi. E costringere i loro protagonisti a darsi da fare per rimettere in piedi ciò che improvvisamente è caduto a terra. E ogni volta è più difficile, ogni volta l’equilibrio che si raggiunge è più debole e incerto. Vale per tutti i partiti e tutti i capi. Ma in questa circostanza, dopo il voto del 20 e 21 settembre, vale soprattutto per la destra e per i grillini. Ai quali ancora una volta il destino chiede che cosa vogliono dal loro futuro. I grillini, innanzitutto. Dentro quella casa – che certo non è più quella costruita trionfalmente dal voto delle ultime politiche del 2018 – non c’è un solo condomino che non abbia litigato con tutti gli altri. Una sola cosa li accomuna: il terrore, per chi è arrivato all’attico, di tornare in portineria.

Il patrimonio elettorale del M5S, quello che superava il 30 per cento dei voti, si sta liquefacendo come i ghiacciai dell’Antartide. Quasi ovunque siamo fermi a percentuali a una cifra. Per quanto il voto regionale o amministrativo sia diverso da quello politico, difficilmente alle prossime elezioni generali i pentastellati supereranno quota dieci per cento, forse si fermeranno addirittura prima. Questo, unito al fatto che loro stessi hanno imposto la riduzione dei seggi parlamentari, significa che pochissimi di loro nella prossima legislatura potranno essere ancora chiamati «onorevoli» e ricevere lo stipendio da deputato e senatore.

La consapevolezza di ciò rende gli attuali parlamentari dell’(ex) partito di maggioranza relativa i più strenui difensori della stabilità del governo e della legislatura ma anche i più disperati combattenti nella lotta per la vita che le correnti interne hanno da tempo scatenato. Tutti sono contro tutti, Di Battista contro Di Maio, Crimi contro tutti, Fico, Grillo e Casaleggio a ranghi sparsi, i peones alla ricerca di una scialuppa per salvarsi. Non sappiamo come andrà a finire: di certo ha ragione Di Battista («Il turista del movimento» secondo gli astiosi compagni di partito) quando dice che i grillini sanno perdendo l’anima. Se mai ne abbiano avuta una, è certo che la prova del governo per loro è stata fatale per quanto sia un dolce giogo con tanti onori, macchine blu, segreterie, abiti di sartoria e interviste televisive.

Quanto alla destra. Ora Salvini, dopo la terza spallata andata a vuoto, viene contornato da una segreteria collegiale. Lui si dice «felice» di essere aiutato ma tutti capiscono l’antifona: i capi delle correnti sono spaventati dalla diminuzione dei voti, dalla impotenza tattica del leader, dai guai giudiziari, dall’isolamento internazionale (il capogruppo europeo del Ppe Weber, uomo della Merkel, definisce Salvini «un troll di Putin») aggravato dal no alla mozione dell’europarlamento contro il dittatore bielorusso Lukashenko, uomo di Mosca. Uomini come Giorgetti e Zaia sono determinatissimi ad imprimere una svolta alla Lega, che Salvini lo voglia oppure no: è stato il capo a far rivivere il cadavere bossiano e a portarlo verso il quaranta per cento dei voti, ma oggi sembra aver perso il tocco magico e continua a lasciare spazio all’arrembante Giorgia Meloni. Se però i due capi della destra sovranista giocano questa continua partita per chi comanda, entrambi debbono rispondere alla stessa domanda: quale è la strada per portare la destra (senza quasi più il centro) al governo di un Paese europeo, profondamente integrato nella Ue, alleato della Germania e degli Usa e non di satrapi orientali come Lukaschenko e Orban, isolati da tutto e da tutti.

Le due crisi che abbiamo descritto sono in grado di terremotare sia l’attuale maggioranza che l’attuale opposizione. Il governo di Giuseppe Conte sta esattamente in mezzo, esposto alle onde telluriche che provengono dall’una come dall’altra parte. C’è da chiedersi cosa voglia il Pd di Nicola Zingaretti e cosa stia chiedendo al Quirinale di Sergio Mattarella.

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