La riforma fiscale non è più rinviabile

Economia. Dietro i segnali di fumo di tolleranza un po’ equivoca su contante, tetti e Pos, c’è in realtà un grande problema non risolto dell’economia italiana: la riforma fiscale. Un’intera legislatura di lavoro organico è stata sprecata, travolta dalla caduta del governo Draghi.

Il limite ballerino dell’uso dei mezzi elettronici anziché del contante (40, 50, 60 euro e infine zero) dimostra che se le idee non sono chiare sulle piccole cose, sarà difficile trovare soluzioni su quelle grandi, che per materie come questa dovrebbero essere di largo consenso. Si tratta sostanzialmente di tre questioni: le aliquote Irpef da rivedere, il cuneo fiscale da ridurre non come ora di pochi euro, l’evasione, a cominciare dall’Iva. C’è di mezzo la visione stessa dell’assetto sociale: dai giovani normalmente i più penalizzati, agli anziani alle prese con regole che cambiano, fino in generale al ceto medio, che in questi ultimi anni ha pagato il conto più salato. L’aliquota maledetta che si porta via il 38% di un reddito non propriamente ricco, così come la questione dei salari penalizzati dalle contribuzioni e quindi sempre troppo bassi (in regressione del 2,9% rispetto a 30 anni fa, ed è un record negativo europeo) sono questioni aperte. Ma anche il decisionismo apparente delle «paci fiscali» che mascherano i condoni, aprono problemi di equità e di rispetto che incidono sulla lealtà del rapporto tra Stato e cittadini. Lo stesso si può dire di una flat tax introdotta a piccole dosi propagandistiche, che discrimina tra lavoratori.

In un contesto in cui tutti si aspettano un bonus, in cui il reddito di cittadinanza è ormai vissuto come un diritto a vita, le pensioni minime sono tirate su e giù come variabili indipendenti e alla fine sono una finzione per pochi, non sarà facile mettere semplicemente un po’ d’ordine. È il frutto perverso di una stagione di emergenza che ha prodotto l’accantonamento della prudenza nella spesa e nel debito e ha prosperato nella confusione di leader post populisti che confondono il progressismo, che è cosa seria, con il «tutto gratuito». E mobilitano le piazze come nuovi Masaniello. Questo, per di più, in un contesto in cui l’evasione fiscale si misura un filo sotto i 100 miliardi: 37 in conto Irpef, 27 per l’Iva, 12 per i contributi (vuol dire lavoro nero, che cresce ogni anno anziché diminuire) e giù giù fino ai 239 milioni del canone Rai.

Anche in questo campo, il Pnrr non perdona. Entro il 2024 i livelli di evasione devono scendere per cominciare almeno di 15 miliardi: una bella scommessa, senza vincere la quale, non arrivano i soldi del Next generation Eu. Negli ultimi anni, l’unica vera aggressione all’evasione, sempre in attesa dell’applicazione del conflitto di interesse tra chi paga e chi fattura, è venuta dall’introduzione della fattura elettronica, prova verità. Lo stesso 110% un vantaggio l’ha portato: solo le fatture regolari, solo l’Iva versata è ammessa alle rendicontazioni, per cui ai soldi che escono corrispondono quanto meno soldi che tornano indietro e responsabilità fiscali che prima proprio non vedevi.

La riforma fiscale non può più essere una chimera. Il governo, finita la campagna elettorale, ora la promette in 5 anni, confidando nella propria stabilità (rassicurato dalle convergenze un po’ surreali tra progressisti vecchi e stanchi e nuovi baldanzosi) ma occorre cominciare subito. Le ultime riforme fiscali organiche, buone o cattive che fossero, risalgono al secolo scorso. A furia di proclami e strappi oggi abbiamo buste paga lorde che costano il doppio del netto e una pressione fiscale reale del 49% (prima in Europa) che lascia al sommerso 200 miliardi nascosti (da aggiungere ai 100 di evasione). Alle imprese occorrono 29,7 giorni di lavoro solo per raccogliere le carte da presentare (media Ue: 18).

Si parla tanto di diseguaglianze, ma che dire di un sistema in cui per garantire la sola sanità ai redditi esenti fino a 26mila euro, gli altri contribuenti devono procurare 52 miliardi della loro Irpef? C’è un 13,07% di paganti (quelli sopra i 35 mila euro) che copre la sanità ma anche tutti gli altri servizi, scuola compresa, a quelli sotto i 26 mila euro, che devono quindi star ben attenti a non salire con l’aliquota!

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