La strage in Libia Il porto sicuro

La strage in Libia
Il porto sicuro

Il conflitto in Libia si sta incanagliendo. Ne è prova la strage avvenuta nella notte fra martedì e ieri, quando l’aviazione del generale Khalifa Haftar ha colpito per errore un centro per migranti adiacente alla base militare di Dhaman: almeno una sessantina di vittime e 130 feriti, in un primo bilancio. La base è tra i depositi in cui le milizie di Misurata e quelle fedeli al governo del presidente Fayez al-Serraj hanno concentrato le loro riserve di munizioni e di veicoli utilizzati per la difesa di Tripoli, sotto attacco dal 4 aprile dalle milizie del generale della Cirenaica. In tre mesi il conflitto ha provocato almeno 700 morti e spaccato ulteriormente un Paese che è anche un puzzle di milizie e tribù. A innescare l’escalation la riconquista nei giorni scorsi da parte dei combattenti schierati con Serraj della cittadina di Gharyan, pochi chilometri a Sud di Tripoli, strategica per la presa della capitale sede del governo riconosciuto dall’Onu, e per questo scelta da Haftar come base per il suo quartier generale.

La strage dei migranti è stata condannata dalle Nazioni Unite, che l’hanno definita «crimine di guerra». Medici senza frontiere, testimone oculare di ciò che accade in Libia perché presente con i suoi ospedali e ambulatori, sostiene che l’eccidio poteva essere evitato: «Al momento dell’attacco - spiega Msf - oltre 600 uomini, donne e bambini vulnerabili erano intrappolati nel centro. I nostri team lo hanno visitato proprio martedì e hanno visto 126 persone nella cella che è stata colpita».

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