La vera grande opera di questo Paese? La manutenzione

La vera grande opera
di questo Paese?
La manutenzione

Basta la parola. Anzi due: grandi opere. Il leit motiv dei governi degli ultimi 25 anni in qua, senza differenza di colore politico. Qualsiasi svolta, rilancio, scommessa, è sempre passata dalle forche caudine di cantieri monstre, progetti più o meno arditi e interventi che avrebbero cambiato il nostro modo di muoverci. Sarà anche per questo motivo che il Paese, in questi anni, è rimasto sostanzialmente fermo inseguendo lo zero virgola qualcosa di crescita ma non riuscendo mai a fare un vero salto di qualità. Ad ogni livello.Normale quindi che il governo Conte sia andato sulla scia dei suoi predecessori, individuando una serie di 130 opere strategiche più altre 35 da commissariare, fondamentali per la ripartenza del Paese. Nessuna in Bergamasca, dove i nodi più importanti sono stati più o meno sciolti: dalla variante alla 42 al treno per Orio, per fare qualche esempio. In altri casi (vedi Val Brembana) la progettazione è ancora allo stato embrionale.

Premessa, nessun dubbio sul fatto che l’Italia abbia bisogno di infrastrutture, ma forse la storia (e proprio quella più recente) dimostra che la grande opera più importante ha un nome: manutenzione. Inutile nascondersi dietro un dito, in questi ultimi anni abbiamo assistito ad una serie infinita di progetti faraonici, annunci roboanti e scadenze puntualmente disattese o quasi eterne. Restando nello stretto ambito dell’operosa Lombardia basterebbe fare solo un nome per chiudere subito la discussione, e probabilmente anche quest’articolo: Pedemontana. Beninteso, nessuna critica a chi in questi mesi sta cercando di riannodare i fili di un progetto senza tempo, solo il timore che si stia lavorando su un’opera inevitabilmente già vecchia e in un territorio ormai antropizzato. Come tante altre, e non per colpa degli ultimi arrivati, ma per l’inevitabile trascorrere del tempo, quello che fa invecchiare tutto: anche le buone intenzioni, figuriamoci i progetti.

Nel frattempo i ponti crollano e la viabilità provinciale va a pezzi. Due anni fa, nell’enfasi post Genova, le Province erano state invitate a stilare la lista degli interventi irrinunciabili di manutenzione. Da Bergamo ne era arrivata una con 26 ponti e 10 milioni di spesa. Ma se si allarga l’orizzonte al rischio frane gli interventi diventano 84 e i milioni 40. Vogliamo mettere nel mazzo i ponti in carico ai Comuni? Fanno 300 milioni: nella Bergamasca sono 1.693.

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Dino Nikpalj L'Eco di Bergamo

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