L’amore forte  che vince la morte
Un particolare del «Crocifisso» dipinto dal celebre pittore bergamasco Mario Donizettinel 1959

L’amore forte
che vince la morte

La morte accade in un giorno e in un’ora precisi. Ma la sua ombra ci accompagna lungo tutta l’esistenza. Non soltanto quando celebriamo il lutto delle persone care, ma anche quando facciamo esperienza del nostro limite e dell’irreversibilità delle nostre scelte, non solo di quelle subite. La morte anticipa e compie la verità dell’umano. Oggi scopriamo che vale anche per la verità di Dio. Sotto la croce di Gesù molti fuggono. C’è da chiedersi come possa considerarsi amico chi non resiste di fronte allo strazio.

Però c’è da capire che, quando il gioco si fa duro, si punti a mettere al riparo sé stessi, per una sorta di legittima difesa. È desolante la solitudine alla quale i discepoli abbandonano il Maestro. Anche Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, dopo avergli chiesto un posto privilegiato nel giorno dei pieni poteri, ora se la squagliano insieme a quasi tutti gli altri, nella convinzione che, quando si affaccia la morte, non ci sia più nulla da sperare.

Altri si fanno beffe e imprecano. C’era da aspettarselo, perché quando Gesù aveva compiuto prodigi e raccontato le parabole del Regno aveva lanciato un invito che aveva il sapore di una sfida: l’invito a riconoscere il profilo umile della potenza di Dio, efficace nel guarire le storie ferite e generoso nell’accogliere chi offriva almeno uno spiraglio per cambiare vita. È venuta l’ora della resa dei conti e molti pregustano la vendetta nei confronti di colui che aveva salvato tanti, ma rimaneva impotente quando si trattava di salvare sé stesso. La croce non è forse lo spettacolo impietoso delle promesse disilluse? Lo scherno è di casa in chi non si lascia sfiorare dal dubbio che la potenza possa dimostrarsi vera nel salvare gli altri anche a costo della propria vita. Lo può intuire soltanto chi ama, perché l’amore porta a dimenticarsi di sé per far crescere la vita di altri.

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