Le «sardine» corrono
5 Stelle in affanno

Le sardine diffondono il loro «manifesto» politico e arrivano dall’Emilia a Sorrento, in Campania; prossima tappa Roma. La creatura politica anti-Salvini, nata da quattro amici al bar intenzionati a impedire la conquista leghista dell’Emilia Romagna, sta camminando, anzi sta correndo. Dopo i dodicimila di Bologna e i settemila di Modena, ieri a Sorrento c’è stato un flash mob anti-Carroccio: «Non siamo fessi, Salvini ci ha sempre insultato» era la frase ricorrente dei «fravagli», che sono poi la versione campana delle sardine emiliane. E quanto al manifesto, la sua nota dominante è l’opposizione netta sia al sovranismo che al populismo: «Per voi la festa è finita».

Si tratta di un movimento di sinistra slegato dai partiti cui aderiscono anche militanti del Pd o del M5S ma non – e questo è sicuramente positivo – quei centri sociali che usano la piazza per provocare disordini. Non è chiaro invece come potrà sviluppare in futuro: diventerà a sua volta un partito? I quattro ragazzi bolognesi lo negano ma aggiungono: «Mai dire mai». Per il momento hanno registrato il nome e il logo perché nessuno in giro per l’Italia se ne appropri, e il gesto è indice di una certa voglia di mettere in piedi una struttura politica. Del resto attraverso Facebook è già in corso una sorta di coordinamento con l’elaborazione di regole comuni per organizzare le dimostrazioni in piazza.

La domanda è quanto durerà questa espressione spontanea di politica «dal basso». Difficile dirlo: i grillini cominciarono così, in meno di un decennio sono addirittura arrivati al governo, e adesso la loro crisi è sotto gli occhi di tutti. Ieri i votanti della piattaforma Rousseau hanno respinto con molta forza (70% contro il 19%) l’indicazione di Di Maio, contrario a presentare liste pentastellate nelle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria. È una sconfessione dell’operato del leader la cui presa sul movimento sta cedendo man mano sotto i colpi di sondaggi ogni giorno più crudeli (in Emilia Romagna temono di finire al 5% dopo il 27 del 2018) che rinfocolano dissensi politici e malumori personali, faide correntizie e arrivismi individuali. «Stiamo vivendo un momento difficile» ha ammesso lo stesso Di Maio che probabilmente dovrà scegliere tra non molto tempo se fare il ministro degli Esteri o il capo politico: le due cose ormai non sono più compatibili, segno del venir meno del potere di Giggino.

Tant’è che molti ormai sperano nell’intervento di Grillo per riportare un poco di ordine: per tutta risposta l’ex comico ha convocato gli Stati generali del Movimento per cercare di non evaporare politicamente ed elettoralmente. «Dovranno fare delle scelte precise» dice il vicesegretario del Pd Andrea Orlando, «così non possono andare avanti, e il governo con loro», a dimostrazione di una crescente insofferenza dei democratici per le contraddizioni dell’alleato: il governo dipende da queste continue convulsioni, l’ultima delle quali riguarda il piano di salvataggio europeo. Di Maio, sull’onda delle parole di Salvini, vuole che l’Italia non firmi il nuovo trattato negoziato da Conte prima insieme a Tria e adesso a Gualtieri. Il premier, che si vede messo in difficoltà con i partner europei, risponde a brutto muso a Di Maio e a Salvini: «Eravate seduti al tavolo in cui si è discusso tante volte del “salva-Stati”, ora non potete far finte di non esservi accorti di cosa si parlava».

Contro sovranismi e populismi infine nasce «Azione» il partito di Carlo Calenda e Matteo Richetti. È un’altra costola del Pd che si stacca indebolendo il fu partito di maggioranza relativa. «Azione» sarà riformista, di centro e centrosinistra, ispirata al partito d’Azione e al popolarismo di Sturzo. Calenda nega che si tratti dell’ennesimo partitino personale ma di sicuro è l’ultimo esempio della frammentazione politica di questa legislatura la cui prosecuzione appare ogni giorno più a rischio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA