L’Europa allargata, c’è un prezzo da pagare

Bella cosa l’allargamento del 2004: dieci nuovi Paesi membri e l’Unione europea che in poche settimane spalanca a Est una finestra (Ungheria, Polonia, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca e Slovenia) che sino a pochissimi anni prima sembrava inimmaginabile. Ma quanto è difficile, adesso, gestire differenze che derivano dalla tattica politica ma sono anche del Dna delle diverse nazioni? E come superare la paralisi decisionale che nell’Unione così spesso deriva da quelle differenze, per esempio su un tema doloroso e decisivo come quello delle migrazioni? La risposta è tutt’altro che facile e la standing ovation con cui al Consiglio europeo è stata salutata Angela Merkel, che era alla 107ª e ultima apparizione in quel consesso, aveva già il sapore del rimpianto per una leader che tante volte aveva saputo evitare rotture troppo clamorose.

L’Europa allargata, c’è un prezzo da pagare
Angela Merkel
(Foto di Ansa)

Un primo progresso, secondo noi, sarebbe riconoscere che tali differenze esistono e hanno pure un nome: interesse nazionale. Quando aderirono all’Unione, la Polonia, i Baltici, l’Ungheria e gli altri di certo firmarono un atto di fede nella democrazia, nello stato di diritto e così via. Ma (soprattutto?) pensarono che la Ue fosse il sistema migliore per difendersi dal passato sovietico e arrivare al benessere che già premiava Paesi come la Francia, la Germania o l’Italia.

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