L’ex premier è passato
da punto di equilibrio
a motivo di impaccio

Tocca a Sergio Mattarella cercare di sbrogliare la matassa della crisi. Il nome di Giuseppe Conte come possibile successore di se stesso è ancora sul tavolo ma le difficoltà per lui stanno aumentando. Sia il Pd che il M5S indicano il suo nome come unico ma basta guardare un poco nelle retrovie dei due partiti per capire che tale dichiarazione è tutt’altro che indiscutibile. E per una ragione molto semplice: essendo fallita l’operazione «responsabili» – nel senso che non ci sono al momento i voti sufficienti per sostituire quelli di Renzi e non c’è nemmeno uno straccio di identità politica dei gruppuscoli che si stanno formando tra Camera e Senato – occorre guardare fuori delle mura per cercare di mettere in piedi un governo. Primo interlocutore: Renzi. Finora tutti, da Conte a Zingaretti a Di Maio hanno ripetuto in coro: con Matteo mai più, la crisi è colpa sua, è inaffidabile. Bene, questa rocciosa pregiudiziale nelle ultime ore si è visibilmente ammorbidita.

L’ex premier è passato da punto di equilibrio a motivo di impaccio

«Mai dire mai» continua ad ammonire quella vecchia volpe di Pier Ferdinando Casini. Ma Renzi, per sedersi al tavolo, porrebbe una condizione immediata: prima va fuori Conte e poi parliamo di poltrone e di programma. La domanda che serpeggia nel M5S (sempre più simile a un alveare impazzito dal pericolo elezioni) è: perché dobbiamo sacrificarci per Conte e la sua voglia di restare a palazzo Chigi? Non molto diverso è ciò che si sussurra nel Pd, soprattutto tra quanti non hanno mai sopportato il presenzialismo e l’opportunismo di Conte. Già, perché rinunciare a formare un governo solo per far piacere all’avvocato? Sarebbe interessante sapere cosa davvero pensa in cuor suo Zingaretti che le critiche a Conte le ha sempre condivise.

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