L’Italia sarà grande soltanto se lavora

L’Italia sarà grande
soltanto se lavora

Un terzo delle imprese italiane è a rischio. I dati raccolti da Istat e resi pubblici nel corso dell’audizione parlamentare segnano la via crucis dell’economia italiana a partire da settembre. Nonostante il rimbalzo previsto dopo la chiusura dei mesi scorsi il Pil al 2025 rimarrà comunque del 3% sotto il livello del periodo precrisi. Sono previsioni dell’agenzia di rating Fitch – e se anche valgono per quel che valgono – tuttavia segnano una tendenza. Il Covid 19 ha messo a nudo i mali cronici dell’economia italiana. Il lavoro che attualmente è in crisi non resta così com’era. Vi sono cambiamenti già in atto come l’elettrico nell’automotive o la ricerca di energie alternative che presuppongono già da ora nuove mansioni e professionalità nella manodopera.

È evidente che chi costruiva prima per esempio componenti per motori a scoppio dovrà pensare ora a reinventarsi. Lo stesso dicasi per i lavoratori ai quali viene richiesta una formazione adeguata ai nuovi cicli produttivi. Il cosiddetto green deal è una rivoluzione che tocca tutti i settori ed ha carattere strutturale. Non capirne la portata vuol dire uscire dal mercato. Le imprese italiane vanno aiutate in questo delicato passaggio. Va agevolata la tendenza all’aggregazione al fine di ridurre la frammentazione. Troppo piccolo può essere bello sul piano estetico ma non funziona più. Sono richiesti grandi investimenti di innovazione che solo aziende medio grandi possono sostenere. In Italia mancano i grandi campioni che danno la linea alla filiera e anticipano i tempi con un riflesso positivo sulle aziende fornitrici. Questo è l’altro punto debole che costringe lo Stato ad intervenire per presidiare il territorio. In situazioni come queste i grandi capitali internazionali possono far dell’economia italiana un sol boccone con poca spesa.

E sia chiaro che questo vale anche per Paesi solidi e strutturati come la Germania. Il valore della sola Apple in borsa supera quello delle 30 maggiori aziende tedesche in assoluto consociate nel listino Dax a Francoforte. Da qui la legge che accentua i controlli su possibili acquisizioni da parte di capitali stranieri. In Lufthansa è salito lo Stato tedesco per evitarne la disgregazione. E tuttavia saranno molti i caduti in questa lotta per la sopravvivenza. Vi sono imprese che non hanno previsto il mutamento epocale e che nessuno ha aiutato a comprendere e prevenire. Troppo piccole e marginalizzate verranno sostituite nel tempo da nuove start up. Ma la transizione ha dei costi. I lavoratori dovranno essere avviati ad una formazione professionale che li indirizzi verso le nuove competenze. Il paradosso di questi giorni è che le aziende cercano lavoratori qualificati per le nuove mansioni e non li trovano in un Paese con l’11% di disoccupazione. Sarà necessario motivare i perdenti posto e incentivarli ad accettare lavori nuovi, prima sconosciuti. È già avvenuto con le riforme del governo Schröder in Germania nel 2004. Esattamente 16 anni che misurano la differenza fra l’Italia e l’Europa produttiva. In Italia l’assistenzialismo si è talmente allargato da richiedere un costante drenaggio di risorse che andrebbero impiegate nel rilancio delle aziende. Denuncia il presidente di Confindustria Carlo Bonomi che su 100 euro spesi in Italia per il lavoro, 98 sono per politiche passive di sostegno. Spesa giusta per tutelare chi è in difficoltà ma non si può anestetizzare un sistema quando il mondo cambia. Va fatta una politica di riorientamento al lavoro nuovo. È la dinamicità che manca, la voglia di lasciare un passato fino a ieri comodo ma ora non più gestibile. E poi va eliminata la retorica del Grande Paese o del nuovo Rinascimento. L’ Italia sarà grande solo se lavora.

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