Marcia indietro sperando nel voto

Marcia indietro
sperando nel voto

Al banco del governo in Senato ieri alle 13 accanto al presidente del Consiglio Conte erano seduti il ministro dell’Economia Tria e quello degli Esteri Moavero-Milanesi. I due vicepremier, veri padroni della macchina, erano assenti: Matteo Salvini e Luigi Di Maio non hanno partecipato alla rappresentazione scenica in cui Giuseppe Conte ha dovuto descrivere la battaglia con l’Europa come una vittoria dell’Italia anche se tutti hanno capito che si è trattato di una marcia indietro. Se Conte dunque ha ricevuto dai capipartito l’onore di condurre in prima persona la trattativa con Juncker, Moscovici e Dombrovskis, si è dovuto anche sobbarcare da solo l’onere di «mettere la faccia» in Parlamento di fronte ad un’opposizione scatenata e a una maggioranza che ha faticato a nascondere la delusione.

L’assenza dei due capi partito ha disorientato innanzitutto loro, i parlamentari pentastellati e leghisti assai poco confortati dalla rassicurazione del presidente del Consiglio secondo cui sono state mantenute tutte le promesse fatte all’elettorato, a cominciare dal reddito di cittadinanza (sceso da 9 a 7,1 miliardi, compresi i fondi per riformare i centri per l’impiego) e dalla riforma pensionistica (da 6,7 a 4,7miliardi).


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