Medioriente, le sorti decise con le bombe

Medioriente, le sorti
decise con le bombe

Le bombe non sono solo bombe. Sono anche messaggi, lettere che devono esplodere nella mente degli avversari. È questo chiaramente il caso degli ordigni che Israele lancia contro la Siria per colpire le installazioni, i reparti e le linee di rifornimento delle milizie che l’Iran ha installato nel Paese di Bashar al-Assad. Certo, in un mondo più normale ci si chiederebbe secondo quale diritto un Paese come Israele bombardi un Paese come la Siria, che non ha commesso atti ostili contro lo Stato ebraico, solo perché ha un conto aperto con un alleato della Siria, l’Iran, che a Israele non piace.

Sarebbe come se l’Iran bombardasse gli Usa perché sono alleati di Israele. Ma qui interviene il primo dei messaggi recapitati con le bombe: Israele può farlo perché non rischia niente. Non spende per la guerra, grazie alle copiose sovvenzioni americane, quindi non danneggia la propria economia. Ha uno strapotere militare che lo rende di fatto inattaccabile. E vuole che tutto questo si sappia, come le ultime dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu dimostrano. Anche perché a ogni guerra, guerricciola, intifada o rissa Israele ha sempre accresciuto il proprio controllo sulla Palestina e i palestinesi o la propria estensione territoriale. E anche questo, nell’ottica di Netanyahu, è bene che venga ricordato, al di là delle dichiarazioni bombastiche di questo o quel generale iraniano.

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