Mercato europeo, gli ex allievi ci superano
MONDO. Stellantis sta trattando con i cinesi di Dongfeng il salvataggio dello stabilimento di Cassino.
L’obiettivo è la continuità dell’assemblaggio dei modelli Alfa Romeo Giulia e Stelvio e di Maserati Grecale. La presenza del gruppo automobilistico cinese negli spazi vuoti dell’impianto porta alla condivisione delle linee produttive e quindi alla redditività della struttura. I risultati sono evidenti, non si chiudono le linee di montaggio e si mantengono i livelli occupazionali. I cinesi da parte loro vedono riconosciuta la loro presenza industriale, con il vantaggio di non dover sottostare al regime dei dazi imposto dall’Unione Europea per il made in China automobilistico. Il risultato è che l’auto cinese prende piede nel mercato europeo e ribalta il paradigma che vedeva i marchi europei all’avanguardia. Adesso avanti sono loro, gli ex allievi, e gli ex maestri pagano i ritardi nello sviluppo di modelli alternativi al motore endotermico.
La bilancia commerciale dell’Ue lo conferma. Nel settore dei beni si registra nel 2025 un calo. Rimane un avanzo complessivo di 128 miliardi di euro, ma i beni manifatturieri non incidono come prima. L’asse portante dell’export europeo è passato da un surplus di 11,3 miliardi di euro nel 2015 a un deficit di 37,6 miliardi di euro nel 2025. Ed è questo che preoccupa. Certo sono aumentati gli alimentari e le bevande ma se il prezzo da pagare per questo primato è la deindustrializzazione i conti non tornano. Se si perde peso nella manifattura, si guadagna nei servizi. Al momento il turismo è una voce e quindi la ristorazione e quindi gli alimentari che si esportano con le industrie che accompagnano il processo. Ma il plusvalore non viene da lì, si diventa fornitori di chi produce ricchezza, in una posizione comoda, ma di servizio. E questo può allettare una società in calo demografico, attratta dallo status quo. È il rischio italiano corredato dal fatto che fra poco il nostro debito pubblico supererà quello greco. Ma è anche il rischio dell’Europa del singolo Stato.
Tutti vogliono più Europa ma nessuno meno Stato nazionale. Per recuperare l’Europa ha bisogno di un sistema produttivo che si integri a livello transfrontaliero e quindi sovranazionale. Il modello di sviluppo basato sull’export manufatturiero tedesco ha funzionato perché le esportazioni made in Germany erano talmente forti da garantire lavoro a tutt’Europa o quantomeno a quella che rientrava nella sua orbita. Un modello che si fondava sulla dipendenza da Russia e Cina. Adesso fallito. La collaborazione intraeuropea è l’alternativa. Ma la tentazione tedesca è l’idea di perpetuare la centralità finora goduta nell’Eurozona. Il riferimento è Mark Carney, il primo ministro canadese che vede nell’alleanza delle medie potenze l’unica via per fronteggiare il prepotere di Stati Uniti e Cina. Ma il Canada è il corollario ad un’Unione Europea che sia tale. Ricco di terre rare e di materie prime, va corteggiato come Ue, non come singolo Stato.
Su una cosa sono tutti uniti in Germania. Nel non permettere l’ingresso nel mercato di attori finanziari di altri Paesi. Unicredit vuole acquisire Commerzbank ma il governo tedesco è contrario. La classe politica non è in grado di far passare il concetto che solo realtà che vanno oltre la dimensione del singolo Stato nazionale acquistano la dimensione necessaria per competere con Stati Uniti e Cina. La Bce, unica istituzione sovrannazionale europea, che non dipende dai governi, lo sa e lo dice. Ed è pensabile che il cancelliere Friedrich Merz ne condivida la linea. Ma non può dirlo. Lo attendono le forche caudine delle elezioni regionali di settembre nella Sassonia Anhalt, a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania anteriore dove l’AfD gioca sui risentimenti di un elettorato deluso. L’Europa è prigioniera del suo passato.
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