Nel Palazzolo  l’umanità di Cristo e dei poveri

Nel Palazzolo
l’umanità di Cristo
e dei poveri

Una lapide al civico 109 di via XX Settembre – si chiamava contrada di Prato quando nacque – ricorda il luogo in cui venne alla luce don Luigi Palazzolo, il 10 gennaio 1827. A poca distanza una strada adiacente il suo oratorio e le sue istituzioni, gli fu intitolata dal Comune, nel 1896, qualificandolo come «filantropo». Porta il suo nome la casa di cura in via San Bernardino, nata dalla sua attenzione ai malati. Il suo nome appare sulla lapide che ne ricorda il battesimo, l’11 dicembre 1827, in S. Alessandro in Colonna. I nomi incisi sulle lapidi si trasmettono nel tempo, incuriosiscono chi li legge. Le iniziative della mente e del cuore dell’uomo comunicano nel tempo ad altri uomini - che forse non ne conobbero mai gli autori - la bontà, la bellezza, la gratuità, la gioia di essere uomini autentici, partecipi di un progetto che li realizza e li compie. Il cuore umano è capace infatti di lasciarsi plasmare non dai nomi, ma dalla bontà di altri uomini.

Don Luigi Maria Palazzolo, la cui santità è stata dichiarata ieri da Papa Francesco nel Concistoro, appartiene al numero di simili persone, che non cercarono di fissare nel marmo la propria fama, ma di aiutare i fratelli a realizzarsi nell’Amore del Padre. Nasce da una famiglia agiata della piccola borghesia bergamasca il nuovo santo, è prete studiando nel nostro Seminario, svolge subito e svolgerà sempre il ministero nella nativa parrocchia di S. Alessandro in Colonna, popolosissima e popolare al suo tempo, ricca quindi della presenza di un popolo numeroso, a volte povero. È importante sottolineare che l’attenzione prima di don Luigi giovane prete fu rivolta ai ragazzi e ai giovani. È splendido sentirlo condividere - nel suo tempo certamente – ma con piena sintonia con i giovani preti del nostro tempo, giovane come loro, appassionato come loro, l’attenzione a chi si affaccia alla vita nella fase più progettuale: ricchezza di potenzialità, necessità di educazione per non eludere il progetto dell’esistenza. Che bello se i giovani preti sentiranno don Luigi come amico, compagno di viaggio, protettore nella gioia e nella fatica, nella speranza e nella tenacia di tanti progetti.

Nella scia di padre Luigi Mozzi, di don Carlo Botta suo diretto maestro, don Luigi aprì un oratorio, nello spazio ora occupato in parte dall’oratorio dell’Immacolata. Lo dedicò a S. Filippo Neri, il grande santo dei giovani nella Roma di fine ’ 500. Da Filippo Neri volle prendere lo stile della gioia nell’educare: nell’ incontro, nel canto, nello spettacolo dei burattini in cui don Luigi era impareggiabile; nella scuola serale; in tutto. E al cuore pose l’incontro gioioso con Gesù, il Signore, il maestro che offre all’uomo la possibilità di realizzarsi nella sua Parola. Poi l’incontro con la maestra Teresa Gabrieli, poi l’attenzione alle ragazze, agli orfani, ai malati. «Dove arrivano altri arrivano prima di me, operano meglio di me. Dove altri non arrivano arrivo io, così come posso». Sarà sempre questo lo stile di don Luigi, da direttore dell’oratorio, da fondatore mano a mano delle molte opere di carità con suor Teresa Gabrieli. «Semplicità e umiltà» sono le parole chiave che egli indicherà alle ragazze che verranno ad aggregarsi a Teresa Gabrieli diventando le «suore della poverelle».

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