Non solo gas, l’Europa solidale sia concreta

E così si va al razionamento. I Paesi dell’Unione Europea si sono impegnati a ridurre i consumi del 15% per ribattere alla riduzione delle forniture decisa dalla russa Gazprom, che al posto dei 167 milioni di metri cubi giornalieri da oggi ne immette nel gasdotto Nord Stream solo 33 milioni. I 27 ministri dell’Energia hanno trovato all’ultimo un accordo inseguito a lungo e comunque complicato da realizzare, perché prevede clausole e compensazioni che dovrebbero mettere tutti i Paesi Ue, che hanno esigenze assai diverse, in condizioni di parità di fronte alla crisi.

Il vero spauracchio, da molti ormai temuto, è l’interruzione totale delle forniture dalla Russia. Tant’è vero che a sovrintendere alla realizzazione concreta dell’accordo viene chiamato il Consiglio Europeo, formato dai presidenti e capi di Governo e dal presidente della Commissione Europea (Von der Leyen), ovvero il massimo organo politico dell’Unione.

Questo significa prima di tutto una cosa: l’Unione Europea ha finalmente capito di essere in guerra con la Russia. Abbiamo passato mesi a rifornire l’Ucraina di armi, istruttori militari, assistenza nell’intelligence e quattrini e a colpire la Russia con le sanzioni, pensando sotto sotto che il Cremlino non avrebbe resistito a lungo e non avrebbe avuto gli strumenti per reagire. La realtà ci smentisce. L’economia russa, secondo le ultime previsioni, calerà ma in modo meno drammatico del previsto, pare del 6%, rispetto all’8,5% ancora previsto in aprile. E il prezzo del gas (che poi vuol dire il prezzo di tutto), che la Russia con lucido cinismo ci sta lesinando con la scusa delle turbine da riparare, ieri ha segnato il nuovo record alla Borsa di Londra: duemila dollari per mille metri cubi. Avevamo tutte le ragioni per reagire a un’invasione inammissibile come quella russa, ma dobbiamo ammettere che anche i più competenti (non era stato Mario Draghi a dire che le sanzioni avrebbero mostrato tutto il loro effetto in estate?) avevano sbagliato i conti.

Ora si parla con ridicola frequenza dei «ricatti» di Putin, quando in realtà eravamo noi a pensare di poter ricattare la Russia: giù le mani dall’Ucraina o ti roviniamo. Altro errore di valutazione, visto che ci sono continenti quasi interi (l’Africa e l’Asia, per dire) che non la pensano come noi. E si mettono sotto accusa i politici che nel recente passato avrebbero attuato politiche troppo compiacenti nei confronti della Russia. Si dimentica una cosa. L’Europa occidentale ha cominciato a importare gas russo dalla fine degli anni Cinquanta, ben prima di Gerhard Schroeder (il cancelliere tedesco che avviò il gasdotto Nord Stream 1) o Angela Merkel (che ha fatto costruire il Nord Stream 2). Quelle forniture hanno attraversato la Guerra Fredda, la crisi dei missili in Europa, il crollo dell’Urss, l’allargamento della Ue, l’era Eltsin, vent’anni di putinismo.

E questo per una sola ragione: perché il gas russo fluiva regolare (solo un paio di crisi con l’Ucraina, una brevissima nel 2005 e una più acuta nel 2008) al prezzo migliore sul mercato. Questa è stata una delle condizioni che hanno favorito lo sviluppo industriale dell’Europa (oltre all’arricchimento della Russia, ovvio). Rimpiangere oggi di non aver ridotto, venti o trent’anni fa, il business con il Cremlino non serve. Come non serve rimpiangere di aver rinunciato, per esempio in Italia e in Germania, a quel nucleare che ora fa tanto comodo alla Francia. La speranza, ora, è che di fronte alla guerra economica con la Russia la solidarietà europea diventi un fatto concreto, automatico. È alla prova dei sacrifici che si vedono gli amici.

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