Olanda e fisco Pessimo esempio
Il primo ministro olandese Mark Rutte

Olanda e fisco
Pessimo esempio

Anche a voler pensar bene, appare quanto meno singolare che nel corso di una delicatissima trattativa europea finalizzata a cercare soluzioni adeguate per uscire dalla crisi pandemica, sia proprio l’Olanda, il più grande paradiso fiscale, a predicare l’austerity, a impedire l’emissione di Eurobond e a dire no a qualunque forma di solidarietà «comunitaria». Non meno singolare, d’altro canto, che siano proprio le grandi aziende appartenenti ai Paesi danneggiati dai dictat olandesi, ad arricchire il suo erario versando ogni anno decine di miliardi.

Molte, infatti, le aziende europee che stabiliscono la loro sede legale o fiscale, o quella di una loro consociata, nei Paesi Bassi. Tra queste, importanti aziende italiane come Exor (finanziaria di casa Agnelli), Fiat Crysler Automobiles (Fca), Ferrari, Cementir (di Francesco Gaetano Caltagirone), Mediaset (famiglia Berlusconi), Campari Group (famiglia Garavoglia), Illy e Ferrero (omonime famiglie), Prymian group (Pubblic Company), Luxottica (Leonardo Del Vecchio). Non mancano anche alcune delle maggiori società partecipate dallo Stato italiano che hanno importanti consociate nei Paesi Bassi: Eni International B.V.; Saipem del gruppo Eni; Enel Finance International Nv, di Enel Spa; StMicroelectronics, in cui Italia e Francia hanno partecipazioni; BBned, consociata di Telecom.

I vantaggi offerti sono sia di natura fiscale che legislativa. Sul piano fiscale, volendo fare solo qualche esempio, i dividendi e i capital gain non concorrono all’imponibile, mentre interessi, sopravvenienze attive e royalty non sono tassati. È inoltre possibile concordare direttamente con il ministero delle finanze un trattamento fiscale speciale e detti accordi sono rigorosamente segreti per tutti, anche per i parlamentari. Altri sostanziosi vantaggi derivano dalla legge societaria, frutto di un’eredità della storia e della natura mercantile olandese. È previsto, tra l’altro, una sorta di meccanismo maggioritario che moltiplica i diritti di voto a partire da soglie variabili dal 20% al 30%, garantendo al maggiore azionista il controllo della società. Su tale anomalia fiscale è più volte intervenuta l’Ue con mere «Raccomandazioni», non disponendo di altri strumenti istituzionali più incisivi.

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