(Foto di ansa)
ITALIA. L’inaugurazione dell’Anno giudiziario è, ogni anno, un passaggio obbligato della vita istituzionale del Paese. Un rito solenne, codificato, che richiama alla continuità dello Stato e alla centralità della funzione giurisdizionale.
Ma proprio perché rituale, esso dice sempre meno per ciò che proclama e sempre di più per il contesto in cui avviene: per le parole scelte e per quelle evitate, per il clima che lo circonda. Quella celebrata in questi giorni non fa eccezione. Anzi, si colloca in una fase in cui la giustizia è tornata a essere uno dei terreni più sensibili del confronto pubblico. Non tanto — o non solo — per le riforme in discussione, quanto per il modo in cui il rapporto tra i poteri dello Stato viene rappresentato e percepito. È questo, oggi, il vero nodo istituzionale. Da un lato, si ribadisce — giustamente — che l’indipendenza della Magistratura è un presidio costituzionale irrinunciabile. Non una garanzia per i giudici, ma per i cittadini. Dall’altro, si avverte il rischio che ogni ipotesi di riforma venga letta in chiave di contrapposizione, come se l’esigenza di innovazione istituzionale fosse di per sé una minaccia, e non invece una fisiologia dello Stato costituzionale. Qui occorre misura. E soprattutto memoria istituzionale.
La Costituzione non ha mai immaginato poteri separati come monadi impermeabili, ma come funzioni autonome chiamate a convivere in equilibrio, nel rispetto reciproco dei ruoli. L’autonomia non è autoreferenzialità; il controllo non è delegittimazione. Quando queste distinzioni si sfumano, il rischio non è solo lo scontro tra istituzioni, ma anche l’indebolimento complessivo della loro credibilità. La cerimonia di inaugurazione serve allora a poco, se non diventa anche occasione di responsabilità. Responsabilità nel linguaggio, prima ancora che nelle decisioni. Perché la giustizia soffre oggi meno di un deficit di principi — solidi e condivisi — che di un logoramento progressivo della fiducia: nei tempi dei processi, nell’effettività delle tutele, nella capacità del sistema di rispondere ai bisogni reali delle persone. Le criticità sono note e non nuove: carichi di lavoro disomogenei, carenze di organico, strutture amministrative fragili, un sistema penitenziario che continua a restituire segnali di sofferenza estrema.
Da un lato, si ribadisce — giustamente — che l’indipendenza della Magistratura è un presidio costituzionale irrinunciabile. Non una garanzia per i giudici, ma per i cittadini. Dall’altro, si avverte il rischio che ogni ipotesi di riforma venga letta in chiave di contrapposizione, come se l’esigenza di innovazione istituzionale fosse di per sé una minaccia, e non invece una fisiologia dello Stato costituzionale
Su questi terreni, più che sulle contrapposizioni simboliche, si gioca la partita decisiva. È qui che la giustizia viene giudicata dai cittadini, non nelle aule solenni. C’è poi un ulteriore elemento, spesso trascurato, che riguarda il rapporto tra centro e territori. La giustizia, infatti, non è un’entità astratta che vive soltanto nei palazzi romani o nelle enunciazioni di principio. È fatta di tribunali territoriali, di uffici giudiziari che operano quotidianamente in contesti concreti e con risorse differenziate. È nei distretti, nelle corti d’appello, nei tribunali di provincia che le grandi scelte ordinamentali si traducono in prassi, talvolta virtuose, talvolta faticose. Ed è lì che i cittadini misurano la distanza — o la prossimità — dello Stato. Quando il centro discute di riforme senza interrogarsi a sufficienza sugli effetti organizzativi e umani nei territori, il rischio non è solo l’inefficienza, ma una frattura silenziosa nella percezione dell’Istituzione.
Al contrario, una giustizia che funziona nei luoghi in cui è amministrata rafforza l’unità del sistema e rende credibile l’azione riformatrice. Per questo l’inaugurazione dell’anno giudiziario dovrebbe essere letta meno come un inizio e più come una verifica. Una verifica sulla tenuta delle Istituzioni, sulla qualità del confronto tra i poteri, sulla capacità di distinguere tra critica e delegittimazione, tra riforma e rottura. In gioco non c’è l’interesse di una parte, ma la solidità di un sistema che regge solo se ciascuno accetta il limite del proprio ruolo. Le cerimonie passano. Le istituzioni restano. A condizione che sappiano parlare meno a se stesse e un po’ di più al Paese reale, con sobrietà, rigore e senso della responsabilità.
Una sobrietà che, anche nell’esercizio delle delicate funzioni di garanzia, ha trovato negli ultimi anni un riferimento credibile e riconosciuto nella figura del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, anche quale Presidente del Consiglio superiore della magistratura. Come ricordava Tocqueville, le istituzioni non si misurano dalla forza delle dichiarazioni, ma dalla fiducia che sanno generare. È su questo terreno — più che su quello delle cerimonie o delle contrapposizioni simboliche — che si misurerà la qualità del nuovo anno giudiziario.
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