Patriottismo e sovranismo non sono sinonimi

MONDO. Nel lessico pubblico contemporaneo, «patriottismo» e «sovranismo» vengono spesso utilizzati come sinonimi, quasi si trattasse della medesima declinazione di una certa visione identitaria del Paese.

In realtà, rappresentano tradizioni storiche, immaginari politici e sensibilità civiche profondamente differenti. La loro sovrapposizione è il frutto di un clima di polarizzazione creato ad arte, in cui parole antiche vengono tirate in ballo per rispondere a paure nuove. Vale dunque la pena ricollocarle nella loro genealogia e interrogarsi sul nuovo significato che esse assumono in un’epoca, la nostra, divorata da furori mediatici e indebolita culturalmente da tempi di analisi e di riflessione sempre più ridotti.

Il «patriottismo», nella sua radice più moderna, nasce tra illuminismo e rivoluzioni atlantiche come un sentimento di appartenenza alla comunità politica, prima che a un gruppo etnico o culturale. È lo spazio della «res publica», della responsabilità condivisa, dell’idea che

«il «patriottismo» è stato una forma di apertura: la patria non come fortino, ma come progetto e, in taluni casi, addirittura «sogno» collettivo»

la patria sia definita da valori e diritti comuni. Per questo, nei momenti più alti della storia democratica, il «patriottismo» è stato una forma di apertura: la patria non come fortino, ma come progetto e, in taluni casi, addirittura «sogno» collettivo. Il patriota, in questa nobile accezione, non teme il confronto, e tantomeno il dialogo con chi viene da altri mondi e altre culture, né percepisce la cooperazione internazionale come una minaccia. In altre parole, un vero patriota si apre al confronto forte della propria identità, senza mai però trasformare l’identità in un recinto, talvolta anche spinato come accade oggi.

Che cosa è il sovranismo

Di tutt’altra matrice è invece il «sovranismo», fenomeno assai più recente figlio della globalizzazione e delle sue contraddizioni. È una risposta alla percezione di vulnerabilità delle comunità politiche dinanzi a processi economici, tecnologici e migratori fuori controllo.

Il «sovranismo» sfrutta il comprensibile disagio dei cittadini, soprattutto quello legato alla sicurezza, per finalità politiche di natura propagandistica

Nasce dal bisogno di protezione, ma si traduce spesso in una rivendicazione esclusiva: la sovranità come muro, pensiero monolitico incapace di trovare adeguati punti di equilibrio e di mediazione all’interno di un sistema di relazioni divenuto inevitabilmente complesso a causa dei flussi migratori. Il «sovranismo» sfrutta il comprensibile disagio dei cittadini, soprattutto quello legato alla sicurezza, per finalità politiche di natura propagandistica. Il «patriottismo», al contrario, valorizza il senso di responsabilità dell’individuo, trasformando il suo disagio in coesione sociale.

Anche il «patriottismo» ha conosciuto derive nazionaliste, ma la sua radice civica resta distinguibile perché si fonda sull’idea che amare la patria significhi anzitutto contribuire al suo miglioramento. Il «sovranismo», invece, tende a definire l’amore per la nazione attraverso la contrapposizione a ciò che è altro: Bruxelles, le élite, i migranti. Non promette di costruire, promette di difendere e fare ordine, promuovendo la solita metafora nazionalpopolare dell’uomo solo al comando, che nel nostro Paese pare continuare ad avare parecchi proseliti.

Che cosa sono oggi patriottismo e sovranismo

Oggi, in tempi d’incertezza globale, il «patriottismo» invita a mantenere un legame forte con la propria storia, ma riconosce come prioritarie le sfide del XXI secolo: dal clima all’intelligenza artificiale, dalla sicurezza energetica alle diseguaglianze. Il «sovranismo» da parte sua promette soluzioni rapide e rassicuranti, rischiando di trasformare la politica in un esercizio di chiusura permanente, che alla lunga impoverisce proprio quella sovranità che dice di voler salvare.

La domanda, allora, non è se occorra scegliere tra identità e apertura, tra radici e cooperazione. La domanda è quale tipo di legame nazionale sia in grado, oggi, di nutrire una democrazia matura. In un tempo segnato da crisi e guerre interminabili, abbiamo bisogno di un «patriottismo» esigente, capace di riconoscere il valore della comunità senza smarrire l’orizzonte della responsabilità globale. Capace di restituisce la complessità al dibattito pubblico, e con essa la possibilità d’immaginare un futuro migliore perché economicamente migliore, ma migliore anche perché più inclusivo.

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