Provvidenza e speranza
Monsignor Andrea Spada

Provvidenza
e speranza

Se l’esordio era «Te», con la sigaretta leggermente pendente tra l’indice e il medio, chiusa dal pollice, seduto alla scrivania di fronte, con le gambe accavallate e il busto ampiamente rilassato sullo schienale della sedia, forse potevi pensare di rispondere, persino di abbozzare un sorriso, e guadagnarti un (rarissimo) complimento. Ma se l’incipit era «Tu», braccia conserte, in piedi davanti alla tua scrivania, allora potevi star certo che sulla tua testa stava per abbattersi un ciclone. Lo sapevano anche le mosche, che appena vedevano aprirsi la porta della «Cronaca» e intravedevano il clergyman scuro nello spiraglio, si fermavano all’istante, dovunque fossero, anche a mezz’aria, senza più batter le ali.

Se c’era il capo, Renato Possenti, «santo patrono» degli indifendibili pure di fronte all’evidenza più sfacciata, potevi sperare nella clemenza della corte, altrimenti silenzio e occhi bassi, anche se il cicchetto (e che cicchetto...) non doveva essere rivolto a te, o, peggio, era privo di fondamento, come ogni tanto capitava. Comunque finisse, imparavi sempre qualcosa, anche «solo» a stare al mondo, che non è mai poca cosa. Il mito di Andrea Spada è naturalmente avvolto da un’aneddotica infinita, sviluppatasi in 51 anni da Direttore (per lui - e solo per lui - scritto con la lettera maiuscola), ma è ovvio che alla base di un gigante del giornalismo italiano - al pari di Montanelli, Bettiza, Spadolini, Scalfari, tanto per intenderci - c’è ben altro di un atteggiamento severo, e comunque necessario per governare il timone tenendo la barra dritta in tempi spesso burrascosi.

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