Rischi Pnrr, Meloni alla resa dei conti

Il commento. Ancora sottotraccia, oscurata dalle polemiche sulla manovra di Bilancio, da Pos, Flat tax, reddito di cittadinanza e ora anche pensioni, avanza tra l’indifferenza di troppi la pericolosissima questione del Pnrr. O meglio: dei ritardi del Pnrr che rischiano di travolgere il governo Meloni. Il Piano, si sa, è l’àncora a cui l’Italia si è aggrappata durante e dopo la pandemia come «la più grande occasione mai capitata» per rilanciare il sistema economico e sanare le ferite della pandemia: una montagna di 195 miliardi – parte sussidi, parte prestiti – da gestire però in gran fretta.

Tutto «a terra», come si dice oggigiorno, cioè tutto realizzato entro il 2026: centinaia di progetti su alta velocità, infrastrutture, energia, scuole, ospedali, asili, servizi sociali ecc. per mettere l’Italia sulla strada della «decarbonizzazione», ovvero la strategia europea per passare dall’egemonia delle fonti fossili a quelle pulite e rinnovabili. Appalti per miliardi da distribuire alle aziende nazionali per farle letteralmente volare in pochi anni. Già, ma è proprio questo il problema: il Paese in cui un impianto eolico in mare – a Taranto – si costruisce in sette mesi ma ci vogliono 14 anni per avere i permessi e le autorizzazioni, non è proprio fatto per la velocità. Anzi, ama arzigogolarsi nei codicilli e nei bolli. E infatti il Pnrr è già in ritardo. Grave ritardo. I progetti arrancano o sono fermi. Quelli partiti (meno di un terzo) vanno bene ma è stata necessaria una forza erculea per spingerli superando i «no» di Regioni, soprintendenze, comitati locali, conferenze dei servizi, e burocrati vari che sguazzano tra le carte bollate.

Senza contare che l’aumento delle materie prime complica il tutto, alza i prezzi e vanifica i capitolati di spesa, manda deserte le aste. Siamo in attesa di un’altra delle rate semestrali che arrivano da Bruxelles (19 miliardi) ma qualcuno comincia a dire che potrebbe ritardare a causa del fatto che dei 55 obiettivi da raggiungere entro il 31 dicembre la gran parte ormai è inattuabile. L’Italia così chiede di poter modificare il Pnrr ma Paolo Gentiloni, pur dimostrando tutta la comprensione per le difficoltà della elefantiaca burocrazia italica, ha precisato: le modifiche possono riguardare i progetti e non le riforme connesse ai finanziamenti tra le quali si trovano questioni spinose come le (contestata) riforma Cartabia della giustizia, il (contestato) codice degli appalti e (l’ancora più contestata) legge sulla concorrenza.

Giorgia Meloni dunque è in allarme, medita di varare al più presto un decreto d’urgenza e di fare piazza pulita dei burocrati che Draghi e i suoi uomini hanno piazzato nelle varie commissioni operative tra Palazzo Chigi e ministero dell’Economia. Di per sé sarebbero inamovibili fino al 2026 ma nulla è impossibile: il rischio semmai è che sostituendo un po’ di dirigenti e inserendo persone che devono cominciare daccapo il lavoro, i ritardi si accumulino…

La buona notizia è che in Europa queste difficoltà sono anche di altri, tant’è che proprio ieri la Commissione ha accolto alcune richieste di modifica dei loro piani avanzate da Germania e Lussemburgo. Ma in vista c’è un appuntamento fondamentale e delicato: giovedì 15 il Consiglio europeo dovrà decidere se sbloccare il Pnrr dell’Ungheria, fermato perché l’Europa contesta le assai poco liberali leggi sui diritti civili del governo di Budapest. Cosa farà Meloni? Se correrà in soccorso del suo amico Orban si priverà dell’appoggio di Francia, Germania e Commissione e non otterrà le modifiche al Piano che l’Italia chiede. Un vero incastro diplomatico.

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