Sindaci in rivolta
Migranti nel limbo

La penultima volta è stato l’annuncio sul balcone di Palazzo Chigi non del presidente del Consiglio ma del suo vice Luigi Di Maio. La povertà abolita era il messaggio . Pochi ci hanno creduto. Ciò che è rimasta invece è la percezione dell’istituzione, ancora una volta piegata agli interessi di parte. Il governo rappresenta tutti, non solo chi l’ ha votato. Del resto lo stesso capopopolo dei 5 Stelle aveva osato poco tempo prima minacciare di impeachment il presidente della Repubblica. La sua colpa? Aveva osato mettere il becco nella formazione di governo. Come se fossimo in Germania, dove il presidente ha funzioni rappresentative, cioè non conta nulla. La strada dell’apprendimento è lunga e il nostro ha avuto modo di accorgersene. Dopo la sparata, il ritorno a miti consigli. Tutto questo per dire che la cosiddetta rivolta dei sindaci Pd contro il decreto sicurezza ricalca lo spartito.

Cambia solo l’etichetta. La mancanza di rispetto per le istituzioni e della loro funzione di terzietà è il filo rosso che attraversa la politica dall’avvento della seconda Repubblica. La trasgressività fa il paio con la pretesa di avere sempre diritti e sempre meno doveri. Berlusconi ha rappresentato al meglio questa inespressa vocazione della società italiana. Ha collegato il messaggio pubblicitario a quello politico e si è trovato una platea di consumatori-votanti quanti quelli delle sue reti televisive. In questo miscuglio di pubblico e privato anche il Partito democratico sembra perdersi. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando si rifiuta di applicare il decreto sicurezza e quindi viola la legge. È un dato di fatto. In questa sua estemporanea protesta trova la solidarietà di altri sindaci democratici ed anche del primo cittadino di Napoli, eletto in una lista alternativa al Pd, così come di Federico Pizzarotti, ex 5 Stelle, a Parma.

Il problema nasce dalla oggettiva difficoltà di dare una collocazione giuridica ai migranti in attesa di un permesso di asilo. Per ottenerlo in Italia in media ci vogliono due anni. La domanda che i sindaci si pongono è: che destinazione diamo a queste persone in questo lasso di tempo? Sino ad ora chi chiedeva lo status di rifugiato poteva essere iscritto all’anagrafe e quindi godere dei diritti di un residente, dalla sanità agli asili pubblici per i figli all’accesso agli elenchi per le case popolari. Con il decreto sicurezza all’articolo 13 si stabilisce che «il permesso di soggiorno non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica». Queste persone si trovano sul territorio nazionale e non possono essere rimandate nei loro Paesi d’origine perché sono gli stessi governi interessati a non volerli riprendere. Gli altri Paesi europei non ne vogliono sapere e quindi non c’è via d’uscita, esistono e non possono essere lasciati a se stessi. Il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer ha risolto il problema con l’Anker Zentrum che sta per centro di arrivo, decisione e ricollocamento. I richiedenti asilo possono essere ospitati per un massimo di 18 mesi e ricollocati nei comuni ovvero, in caso di responso negativo, trattenuti in attesa di espulsione. Per far questo occorre un’amministrazione funzionante e non potenzialmente corrotta come i fatti di cronaca di questi anni, soprattutto in Sud Italia, hanno ampiamente documentato. È una questione pratica, di organizzazione e di senso dello Stato. Non ideologica. Di questo andrebbe discusso ma nel Partito democratico non hanno ancora capito che lo Stato non è un ente di beneficenza.

Questa è la battaglia che andrebbe condotta in Italia. Ridare dignità alle istituzioni. Gli ideali umanitari sono sovranazionali ma poi vanno declinati. È lo Stato la forma di organizzazione della comunità politica. L’interesse nazionale lo guida.

© RIPRODUZIONE RISERVATA